Mi hanno chiamato Enrico come IL Segretario. Vengo da lì. Crescendo e studiando ho maturato la convinzione che, nelle discussioni di allora, sarei stato forse più vicino ai miglioristi; che al Congresso di Livorno forse sarei stato con Turati tra i contrari alla scissione; e che, andando ancora più indietro, avrei probabilmente seguito le vie radicali dell’Estrema Sinistra Storica piuttosto che quelle marxiste. Tant’è.

Oggi, per tentare di connotare un profilo politico, mi definirei libertario radicale, internazionalista liberale, europeista mazziniano e anabattista garibaldino; sono intimamente convinto, che la giustizia italiana abbia bisogno di cambiamenti profondi, che l’autogoverno della magistratura vada ripensato e che il tema delle carriere (separate) di giudici e pubblici ministeri non sia rimandabile. In linea di principio sono favorevole all’idea di una riforma che introduca maggiore trasparenza, responsabilità e un riequilibrio dei poteri.

Leggendo con più attenzione il testo su cui saremo chiamati a votare, come spesso mi capita, dubbi e perplessità sono cresciuti. Un nodo decisivo non è il sorteggio in sé, bensì il meccanismo disegnato, in particolare il modo in cui potrà costruirsi l’elenco dei membri laici: trovo fondata l’obiezione secondo cui il peso della componente esplicitamente politica rischi di diventare persino più pervasivo.

A questo si aggiunge una campagna referendaria segnata da bugie e semplificazioni demagogiche da parte dei Ministri proponenti (sempre più esplicitamente orbanisti) che ha allontanato ancora di più questa riforma dalle culture cui vorrei fosse ispirata. Fornirei volentieri collegamenti a incredibili post sui social di promotori locali (come il coordinatore ferrarese di Forza Italia), ma quelli più originali purtroppo non sono pubblici (alla faccia del coraggio).

Sottolineo che non sono tra quelli che difendono la presunta “sacralità” della Costituzione o dell’assetto attuale della nostra magistratura.

Riconosco viceversa almeno tre criticità reali:

  • il sistema delle correnti nel CSM, che negli anni ha generato opacità e logiche di appartenenza più che di merito;
  • l’assenza di una chiara distinzione tra carriere, che può alimentare (anche solo sul piano percettivo) l’idea di un blocco corporativo (che credo esista) troppo chiuso e autoreferenziale;
  • la scarsissima intelligibilità dei meccanismi di responsabilità e di valutazione dei Magistrati.

Una riforma che affronti seriamente questi nodi, senza mettere a rischio l’indipendenza della magistratura non è solo auspicabile, ma necessaria. È anche la ragione per cui, non ero e non sono contrario a una revisione costituzionale sul tema.

Sorteggio si, ma quale?

Uno dei pilastri della riforma è il ricorso al sorteggio per la scelta di una parte significativa dei membri dei nuovi organi di autogoverno. Il sorteggio è stato presentato come la grande arma contro le correnti: niente più campagne elettorali interne, niente più pacchetti di voti, niente più cordate.

Se ci fermassimo qui, direi: proviamo.

Ma entrando nel merito e simulando alcuni esiti, trovo che il meccanismo non assicuri affatto il disarmo delle correnti, e soprattutto non riduca l’invasione della politica; al contrario, lo sposta e, in alcuni passaggi, possa realizzare il paradosso di rafforzarlo.

La distinzione è chiara: per i magistrati togati il sorteggio è autentico, dentro un bacino amplissimo di eleggibili, mentre per i membri laici, il sorteggio avviene dopo che il Parlamento ha compilato un elenco di nomi “idonei”.

È esattamente questo passaggio preliminare, politico e in larga misura discrezionale, a rappresentare il punto critico. Il sorteggio, in questo schema, arriva a valle di una preselezione che rimane saldamente nelle mani dei partiti, di questi (!!!) partiti.

Perché è un problema

Non mi scandalizza il fatto che il Parlamento partecipi alla scelta dei membri laici: la presenza di figure esterne alla magistratura negli organi di autogoverno è una garanzia di pluralismo.

Quello che mi convince molto meno (senza contare la contestuale e indicativa bozza di legge elettorale) è il possibile effetto congiunto di questi elementi:

  • il Parlamento definisce chi entra e chi resta fuori dalla lista dei papabili/estraibili;
  • non esistono criteri sufficientemente stringenti e oggettivi per selezionare i nominativi, oltre ai requisiti formali di titolo e anzianità;
  • la dimensione stessa dell’elenco (molto ampio o molto ristretto) è rimessa a decisioni politiche, con un enorme margine di opacità.

In questo modo, il sorteggio mi appare tutt’altro che uno strumento neutro, quanto una “randomizzazione controllata” su una platea che la maggioranza politica del momento ha filtrato. Il rischio è duplice: dal lato dei magistrati, li si presenta come la parte da “normalizzare” con il sorteggio secco, mentre dal lato dei laici, si consacra il ruolo dei partiti come guardiani, rendendo la componente di nomina parlamentare più determinante.

Il risultato finale è che la rappresentanza laica, anziché bilanciare il peso della politica, lo incarna in modo ancora più diretto, con meno responsabilità trasparente e paradossalmente con più margini di scambio politico nella composizione degli elenchi.

Oltre il cosa, il come

C’è poi un aspetto che, per quanto esterno al testo della riforma, per me è tutt’altro che irrilevante: il modo in cui il Governo (diversamente dai principali e da me stimati sostenitori civici del Sì come Ceccanti, Barbera o Cassese) hanno raccontato e approcciano questo referendum.

L’uso sistematico di slogan contro i “magistrati politicizzati”, l’uso metodico e mendace della cronaca per mettere in cattiva luce il sistema giudiziario e come se l’intera magistratura fosse un blocco ostile da mettere sotto controllo; la rappresentazione demagogica e semplicistica del sistema attuale, dipinto come un fortino autoreferenziale di insubordinati sabotatori; la banalizzazione della complessità istituzionale, la contrapposizione scientifica delle garanzie costituzionali quale un ostacolo alla fabulosa “volontà del popolo”.

Per chi, come me, si riconosce ancora nella miglior cultura illuminista, liberal democratica europea, questo approccio e questo linguaggio è solo l’ultimo campanello d’allarme. La riforma doveva puntare ad aumentare efficienza e trasparenza, a rendere più leggibili le responsabilità, a migliorare il rapporto tra magistratura, politica e cittadini.

Oggi chi volesse discutere con serietà di separazione delle carriere o di riforma del CSM si ritrova spiazzato e strumentalizzato, all’interno di una resa di conti che è implausibile ritenere possa produrre effetti positivi.

Quindi No

Alla luce di tutto questo sarà No: non è il No di chi difende la Costituzione più bella del mondo o ogni riga dell’assetto attuale, né di chi pensa che la magistratura debba essere sottratta a radicali interrogativi critici. È il No di chi avrebbe voluto un confronto parlamentare più maturo (quindi una riforma della giustizia più condivisa), di chi chiede strumenti contro le degenerazioni correntizie senza sacrificare l’equilibrio tra poteri e di chi rifiuta l’idea che, in nome della lotta alle correnti, si possa rafforzare la leva della politica sugli organi di autogoverno.

Per coerenza con questa idea di Giustizia – indipendente, trasparente, criticabile, ma in alcun modo subordinata al potere politico – il 22 e 23 marzo voterò No. Continuerò a considerare necessaria una riforma e a criticare l’immaturità di Governo e principali partiti di opposizione, incapaci di affrontare e spiegare nel merito e nel metodo gli enormi problemi di questo malandato paese.

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