Senza padrini, senza padroni

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Qualche giorno fa un nostro comunicato ha attirato l’attenzione di un deputato leghista e di un’influencer di area, che hanno promosso una discreta quantità di inesattezze (e insolenze) su UISP e più in generale sul rapporto tra l’associazione e la politica.

Oltre a rispondere al deputato, ho registrato una video-spiegazione riservata che non diffonderò in questa fase, principalmente per non alimentare le discussioni (inutili, quando non controproducenti) sui social, ma alcune considerazioni penso vadano condivise. Questi temi non meritano di restare consegnati a discussioni estemporanee e disordinate: se è innegabile che nel nostro paese esista una particolare invadenza dei partiti nella cosiddetta società civile allora del rapporto con la politica -o meglio di come intrattenere un rapporto sano con essa- credo si debba assolutamente parlare. E’ un nodo storico eppure di stringente attualità.

Inizierei dalla confusione lessicale tra apolitico e apartitico, da cui -a mio avviso- nascono gran parte mistificazioni.

I partiti sono soggetti politici specifici, hanno il compito (costituzionale) di selezionare i candidati e partecipare alla/e competizione/i elettorale/i.

Ma oltre a partiti più o meno strutturati e radicati, esistono una moltitudine di altre entità politiche: corpi intermedi, associazioni, sindacati, i rappresentati di sensibilità e/o interessi più o meno grandi e organizzati, comitati locali o reti extra-territoriali.

Sostenere che ogni associazione umana sia, in qualche modo, un soggetto politico è una pura constatazione: ci si associa per farsi sentire, per fare qualcosa e quindi condizionare la comunità. Questi soggetti possono rivelarsi elettoralmente interessanti perchè spostano (o possono spostare) voti, ma non concorrono alle elezioni.

Nel caso specifico, UISP, non è un soggetto politico qualunque: nasce e cresce nel dopoguerra con l’ambizione esplicita di essere anche e soprattutto un progetto politico, teso a cambiare la società attraverso lo sport, a giocare con le regole e trasformare le discipline tradizionali.

Tutta la storia dello Sport Popolare, dal congresso fondativo ad oggi, è contrassegnata da una incessante tensione politica. Dagli anni del CONI rosso in contrapposizione al CONI post-fascista, con lo sport popolare e operaio contro un sistema sportivo elitario, aristocratico e maschile.

Negli anni Settanta e Ottanta, UISP ha riempito lo sport di contenuti: diritti delle donne, dell’infanzia, dell’ambiente, fino alla salute mentale, gli anziani, le diverse abilità. Una visione Politica, nel senso più alto: interpretare lo sport non solo competizione e risultato, ma come un pezzo di democrazia, un diritto, uno spazio di emancipazione.

Con queste premesse è naturale e ovvio considerare UISP apertamente ed esplicitamente progressista: si fa interprete delle contraddizioni del sistema sportivo italiano e lavora per cambiarlo.

Oggi siamo il primo e unico ente ad avere una tessera alias, che accetta il non binarismo di genere (“ecco le teorie gender!!!“), che organizza attività miste, che aderisce alle reti di accoglienza e promuove progetti di attività per i richiedenti asilo, inventa giochi inclusivi per ogni abilità, e potrei continuare.

Dal collateralismo all’autonomia

Nella prima repubblica i partiti di massa avevano associazioni, sindacati, enti di riferimento: filiere, all’interno delle quali la corrispondenza politica era esplicita. Fino ai primi anni ’80 l’ARCI-UISP era strutturalmente in relazione con PCI e PSI.

Negli anni ’90, anche a seguito del crollo del muro e dell’implosione del sistema dei partiti, UISP ha definitivamente conquistato ampi spazi di autonomia dal sistema dei partiti. Quella libertà – faticosa e non necessariamente definitiva – è un patrimonio che questo gruppo dirigente considera essenziale difendere ed attualizzare.

Nella UISP di oggi convivono persone che si riconoscono in storie politiche molto diverse: da Potere al Popolo al M5S, da AVS a Forza Italia o Azione e così via. Credo che in questa pluralità sia la nostra forza: è nella ricerca costante di spazi di autonomia e libertà dai partiti (anche e soprattutto nei momenti elettorali) che abbiamo costruito e costruiamo un’identità politica originale e tutt’altro che a-politica.

Questioni di Opportunità

Concretamente: come ci si comporta quando un dirigente associativo decide di candidarsi alle elezioni o di assumere una carica pubblica? Non affronterei qua i vincoli e le incompatibilità previste dalle leggi, per concentrarmi unicamente sulle valutazioni di opportunità.

La dottrina condivisa nella UISP che ho conosciuto in circa 20 anni (da dirigente relativamente giovane), suggerisce una strada chiara: chi si candida a una carica pubblica si auto-sospende (in campagna elettorale) e lascia (una volta eletto/a) le cariche esecutive e/o di rappresentanza, soprattutto quelle monocratiche. Mantenere ruoli associativi apicali durante una campagna elettorale espone l’associazione al rischio di strumentalizzazione, quand’anche involontaria.

Non stiamo parlando di “poltrone” o posti ben remunerati: rinunciare a una carica associativa per il periodo della candidatura significa lasciare spazio a qualcun altro/a di un’altra associazione o polisportiva, sapendo che le porte dell’associazione resteranno sempre aperte anche dopo, quando l’eventuale mandato pubblico sarà iniziato o concluso.

Questa prassi non è ne una legge ne un comandamento, che ha visto eccezioni anche in UISP. Resta il modo più trasparente e comprensibile per salvaguardare l’autonomia collettiva dell’associazione senza precludere alcun diritto individuale. Un aspetto di igiene formale che risulta anche sostanziale, dal momento che in questo paese esistono altri enti o federazioni hanno adottato comportamenti diametralmente opposti: dal presidente nazionale dell’ASI, al presidente della Federazione Italiana Nuoto di FIN che da molti anni ricoprono anche cariche parlamentari o di governo. Ma anche il presidente di AICS o della FISR e potrei continuare.

Immagine tratta dal sito della FIN!

Questa semplice valutazione di opportunità può essere (ed è) oggetto di animate e legittime discussioni. Ma se non si è disposti a fare passi di lato, è legittimo sospettare che si voglia usare l’associazione come strumento per la raccolta di consenso. Una “strumentalizzazione” da evitare qualunque sia il colore elettorale di chi se ne fa interprete.

Il confronto politico del nostro paese appare oggi profondamente malato, non risolto (e alimentato) da un sistema di partiti personalistico e farneticante, e incentivato dalle nuove piattaforme di comunicazione social che ci polarizzano sulla base di polemiche tanto vuote quanto estemporanee. In questo scenario, le forze politiche nostalgiche, reazionarie e conservatrici (anche a sinistra) esercitano una pressione fortissima sui corpi intermedi, cercando di ridurne l’autonomia e di impedirne una reale emancipazione.

Rivendicare libertà e autonomia ovviamente non significa dichiarare guerra ai partiti o isolarsi nei momenti elettorali; significa evitare le sovrapposizioni di ruoli e che la dialettica associativa venga subordinata ad un consenso esterno, fatto di voti o di like.

Il moralista dice “no” agli altri, l’uomo morale solo a se stesso“: questo gruppo dirigente ha il diritto (e io credo il dovere) di proporre e praticare questa linea di autonomia nel rapporto con i partiti; si può non essere d’accordo, ma non si facciano lezioni e si rinunci a usare UISP come terreno di promozione elettorale.

Non credo esista una risposta univoca e perfetta per sancire quale debba essere il rapporto tra partiti e corpi intermedi, soprattutto in un paese dove la politica è così invadente. Certamente il confine tra “influenzare le politiche” e “farsi usare dalla politica” è più sottile e scivoloso di quanto suggeriscano le distinzione lessicali. Ma non possiamo rinunciare al tentativo ostinato di consolidare gli spazi di autonomia e di libertà associativa, difendendo l’idea politica plurale e collettiva dello sportpertutti, senza padrini e senza padroni.

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