Ho letto due articoli che mi avevano suscitato interesse. Poi un reel, qualche tweet, un podcast, così ho iniziato a leggerla restandone folgorato.
Ho approfittato di questi giorni per leggermi tutta l’enciclica di Leone XIV e sono abbastanza senza parole.
70 pagine, 246 paragrafi che meritano una lettura integrale: consiglio di evitate di riassunti artificiali, lessico e scelta delle parole sono troppo importanti.
Non mi aspettavo potesse essere Papa l’autore del manifesto politico più avanzato, esplicito ed accessibile che io ricordi, ne che avesse il coraggio di una sfida aperta (urgente, necessaria e tra l’altro l’unica degna di nota) a oligarchie e oligopoli che -senza correttivi- comprometteranno l’era degli umani (e non solo) sul nostro piccolo pianeta.
Vi propongo un mio estratto relativamente sintetico (è comunque un decimo dell’originale): drag&drop -ovviamente discrezionali– provando a non alternarne il senso e ad isolare il piano religios/confessionale (per quanto maldestramente possibile trattandosi di enciclica papale).
Lascio il numero del paragrafo per consentire di ritrovare la citazione originale. Il 103 è l’unico riportato per intero: lo trovo definitivo.
Evidenzio in giallo le parti che ritengo pura poesia politica e che suggerisco ai più pigri.
Grazie Robert Francis, davvero.
6. Occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici […] culturali delle trasformazioni in atto. […] Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci?
7. Per rispondere a questi interrogativi […] vorrei richiamare due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. […] il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità […] Gli esseri umani […] decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» […] temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione […] un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. […] Babele rivela così il limite di ogni costruzione.
8. Il libro di Neemia […] un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città […] chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: […] L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione.
9. […] La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire […] ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. […] concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa.
10. Evitiamo, dunque […] l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. […] il rischio della disumanizzazione […] assume anche un volto tecnico. […]
12. […] edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere.
13. Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige […] una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo: […] Le tensioni e le differenze non devono intimorire: possono diventare energie creative quando sono orientate da una responsabilità condivisa.
14. […] Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento […] e traduciamoli in prassi.
15. […] un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa.
16. […] essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza […]
18. […] riconosce l’autonomia delle realtà terrene […]
20. […] Così essa si pone accanto al mondo senza sovrapporsi ad esso […]
21. Riconoscendo […] la libertà degli esseri umani nel farsi della storia […] La vicinanza non nasce dall’intento di supplire alle istituzioni, né tantomeno da una critica implicita al loro operato, […] con discrezione e prossimità […] ciò che nasce da una necessità immediata non può trasformarsi in norma, né sostituire le responsabilità […].
22. […] L’ascolto dei «vari linguaggi» non è mera attenzione sociologica […]
23. […] considera come compagni di cammino tutti coloro che cercano sinceramente «la verità, la bontà e la bellezza», ritenendoli «preziosi alleati» nella difesa della dignità di ogni persona […] ascoltare, discernere e interpretare i segni dei tempi […] su molte questioni specifiche […] non pretende di offrire «una parola definitiva» […] accogliendo la diversità delle opinioni.
25. La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare libera dalla tentazione di rimpiangere forme di presenza fondate sul potere […] la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere […] «il tempo è superiore allo spazio»: non conta anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma avviare processi di bene e lasciarli maturare […] la verità non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo […] non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; non elimina i conflitti, ma li trasfigura; ricompone ciò che la storia tende a disperdere. […] poliedro, una figura dalle molte facce […] angolature diverse, la stessa verità […]
26. […] il popolo […] non è soltanto raccolto da molti popoli, ma al suo interno è tessuto di funzioni, vocazioni, culture e tradizioni diverse, chiamate a sostenersi e ad arricchirsi a vicenda […]
27. […] non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. […] Così compresa, la Dottrina […] continua a farsi dialogo, memoria e profezia.
30. […] il diritto a un salario giusto […] difende la proprietà privata insieme alla sua imprescindibile funzione sociale […] propone forme di collaborazione tra le diverse componenti della società […]
31. […] Denuncia la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi; critica sia la concorrenza senza limiti sia quei progetti collettivistici che annullano la libertà e la responsabilità delle persone; […] formula in modo sistematico il principio di sussidiarietà, […] ciò che può essere svolto da persone, famiglie, corpi intermedi e comunità locali non deve essere assorbito da istanze superiori. […] denuncia i totalitarismi che […] innalzano lo Stato oltre il suo giusto valore […] la consapevolezza che le ingiustizie non riguardano solo i comportamenti individuali ma anche le strutture istituzionali […] invita a rafforzare il tessuto associativo e comunitario, evitando nuove concentrazioni di potere […]
32. […] sostiene la necessità di un saldo Stato di diritto per prevenire gli abusi di potere e riconosce nella democrazia uno strumento atto a favorire un esercizio corretto dell’autorità.
33. […] l’azione dello Stato, che deve coordinare e sostenere senza soffocare la libertà e la responsabilità dei soggetti; […] propone un ordine della convivenza […] fondato su verità, giustizia, amore e libertà.
35. […] comprensione della pace che non si riduce all’assenza di guerra, ma prende forma nel cammino di uno sviluppo umano integrale. […]
36. […] finché nel mondo vi saranno popoli esclusi da uno sviluppo degno dell’essere umano, la comunità cristiana non potrà accontentarsi di proclamare la pace in astratto […]
38. […] In questo contesto la solidarietà è compresa come corresponsabilità concreta tra persone […]
39. […] apprezzare la democrazia nella misura in cui garantisce la partecipazione effettiva dei cittadini, consente di scegliere e sostituire pacificamente i governanti e impedisce che il potere sia monopolizzato da élite ristrette mosse da interessi particolari o ideologici. Allo stesso modo riconosce il potenziale positivo del mercato e dell’iniziativa privata […] orientati dal principio di solidarietà […]
43. […] grande elaborazione sistematica della crisi ambientale […] non è una questione settoriale […] la critica a un paradigma tecnocratico che pretende di ridurre tutto a oggetto di dominio […] l’esigenza di una giustizia tra le generazioni […] dialogo vero tra politica ed economia, perché nessuna delle due si chiuda nella propria autoreferenzialità.
47. […] riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano […] incoraggiare accademie e università a ridare slancio a tali principi […]
51. […] tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti […] Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone. […]
53. […] la dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata […]
56. Guardando al nostro tempo, non possiamo ignorare che la tutela dei diritti umani è oggi esposta a due rischi particolarmente gravi. Il primo è quello di una loro dichiarazione puramente formale […] Il secondo è quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità […]
57. […] il riconoscimento dei diritti delle minoranze […] cioè delle donne. […] Non basta dunque affermare a parole che uomini e donne hanno la stessa dignità e gli stessi diritti; è necessario che questo si traduca in scelte concrete […] nel modo in cui la società ascolta e valorizza il contributo delle donne.
58. Sono le persone concrete che contano […] le grandi proclamazioni politiche […] non servono a nulla se non finiscono per orientarsi alla promozione delle persone […] non basta esaltare la libertà individuale o l’iniziativa privata […]
60. […] il bene comune non si lascia ridurre a un semplice elenco di condizioni o di istituzioni. Non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli, né con l’incrocio dei loro interessi particolari; […]
61. […] possiamo affermare che «il tutto è più delle parti» […] È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti […] bene comune […] è frutto dell’«interdipendenza» […] è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative, sforzi e decisioni. […]
63. […] potere pubblico ha il compito delicato di armonizzare con giustizia […]
64. […] pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci, capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli […]
66. […] nella proprietà un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune […]
67. Oggi, tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. […] quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi […], si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi […] nuove forme di saccheggio. […]
68. […] ogni donna e ogni uomo sono chiamati a diventare protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società […] anche l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa responsabilità. […] chiama “sussidiarietà” il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori. Le istituzioni di livello superiore devono riconoscere, proteggere e promuovere la libertà e la creatività dei livelli inferiori […]
69. […] né la persona né la famiglia devono essere assorbite dallo Stato, ma vanno lasciate agire liberamente, per quanto possibile […] lo Stato deve vigilare […] intervenendo quando è necessario, ma senza sostituirsi in modo stabile alla responsabilità dei corpi intermedi […] La sussidiarietà non giustifica il disimpegno dello Stato, ma ne orienta l’azione […] Spetta alla comunità politica creare le condizioni perché […] associazioni e corpi intermedi possano realizzare la propria vocazione sociale, senza essere sostituiti o ridotti a meri esecutori. […]
70. […] superare ogni forma di gestione paternalistica o assistenzialistica della vita sociale, promuovendo uno stile di corresponsabilità: uno Stato che valorizza l’iniziativa dei cittadini, una società civile capace di generare legami e attivare energie […] in una logica di sussidiarietà, le scelte si prendono al livello più vicino possibile alle persone coinvolte, valorizzando la vita associativa, così che il popolo non si trovi davanti a decisioni già prese […]
71. […] sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale, ma siano orientati al bene comune mediante trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione […]
73. […] fraternità non è soltanto un’aspirazione interiore di chi crede, ma una forma sociale e politica […] Quando la sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in semplice tutela di interessi particolari; quando la solidarietà non è sostenuta dalla sussidiarietà, degenera in assistenzialismo […].
74. […] non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma affidati gli uni agli altri […] «pensare e agire in termini di comunità». […]
75 […] la solidarietà è «un modo di fare la storia» […]
76. […] lo sviluppo autentico chiede una solidarietà intergenerazionale e un’attenzione ai vincoli che ci uniscono all’ambiente naturale […]
78. […] la giustizia sociale esige uno sguardo che parta dagli ultimi.
79. […] le ingiustizie non nascono solo da scelte sbagliate dei singoli, ma anche da strutture, meccanismi, assetti economici e culturali che producono disuguaglianza […] la giustizia non riguarda soltanto la distribuzione più equa dei beni […] ma assume anche una dimensione riparativa. […] favorire percorsi di guarigione della memoria collettiva. […]
81. Un banco di prova […] condizione dei migranti, dei rifugiati […] Da una parte, custodire il diritto alla speranza di chi è costretto a partire, garantendo vie sicure e legali, condizioni di accoglienza dignitose, percorsi reali di integrazione. Dall’altra, promuovere anche il diritto a rimanere nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando le cause profonde che costringono a migrare. […]
84. L’idea di sviluppo umano integrale […] non è vero progresso ciò che accresce il benessere di alcuni degradando gli ecosistemi, scaricando costi sulle comunità più vulnerabili o pregiudicando le condizioni di vita di chi verrà dopo di noi […]
85. […] innovazioni tecnologiche […] non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione […]
86. […] La Dottrina sociale […] è anche un esame di coscienza […] tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione. […]
87. […] riconosce e sostiene la responsabilità […] evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà […] organismi di partecipazione reali, non nominali.
89. […] Sono da promuovere forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità , che non siano giudizio sulle persone, ma strumenti di apprendimento e di correzione orientati alla missione. […]
90. […] Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? […] possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile […]
91. […] il modo concreto di vivere […] non sia stabilito una volta per sempre, ma resti un compito affidato, di generazione in generazione […] leggere i segni dei tempi […] non aver paura di lasciarsi provocare dalla realtà […].
92. […] crescente affermazione di un paradigma tecnocratico […] appare con più evidenza che la tecnica non è un semplice strumento e […] finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato […]
93. […] bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico. Più potente non significa necessariamente migliore. […]
95. […] nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati […] di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. […]
96. […] verificare se il potere delle infrastrutture digitali e degli algoritmi favorisca davvero partecipazione e responsabilità, protegga i più fragili, assicuri un accesso equo […].
97. […] il primato della persona, affinché sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni […].
98. […] Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. […]
100. […] Nell’uso personale, tre aspetti, in particolare, devono essere tenuti in debita considerazione: la facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana. […] Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza […]
102. […] non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà […] sistemi automatizzati che non conoscono «la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l’apertura alla speranza di un cambiamento della persona», […] Possono esserci usi evidentemente antiumani, come la manipolazione dell’informazione […] presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati.
103. Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così, l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono, non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte.
105. […] è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. […] decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano. […]
106. Chiedere prudenza, verifiche rigorose, […] non significa essere contro il progresso […]
108 […] piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio […] la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata […]
109. […] trovare modi per assicurare l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione. […] proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere […].
110. […] sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. […] non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale. […]
112. […] Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione.
113. […] assolutizzare una sola dimensione dell’essere umano è sempre sbagliato […]
114. La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. […]
116. […] Il postumanesimo, soprattutto nelle sue versioni più radicali, si spinge oltre: critica l’antropocentrismo e prospetta una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente, fino a immaginare un passaggio di soglia in cui l’umanità supererà se stessa entrando in un nuovo stadio evolutivo. […]
117. […] se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni.
118. […] Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite.
119. […] nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento […]
120. […] Anche quando il limite si manifesta come dolore interiore, l’umana saggezza insegna a non rimuoverlo né a sopprimerlo, ma a integrarlo. Per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe, in fondo, spegnere anche l’amore e il desiderio. […]
123. La storia non appare solo come il catalogo delle nostre violenze, ma anche come la prova che l’umano sa generare istituzioni capaci di proteggere la vita comune […]
126. […] far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione […]
127. […] L’espressione “più che umano” non appartiene soltanto al linguaggio delle promesse tecniche. […]
128. […] giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani […] Il futuro di una persona non è calcolabile, ma è affidato alla sua libertà […]
129. […] L’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove […]
132. […] La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. […] Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa […]
133. […] Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali […]
134. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone […]
135. […] contenuti che circolano negli ambienti digitali influenzano il modo in cui le persone percepiscono il mondo e introducono nella coscienza comune immagini e racconti che orientano i desideri e influenzano le scelte […]
136. […] la rete non diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio, ma spazio in cui possano maturare libertà interiore e pensiero critico.
137. […] luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; sul versante della scuola e della famiglia, la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali […]
139. […] La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia […]
140. La questione è radicale, perché ogni tecnologia educa chi la utilizza. […] Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta […]
141. […] messaggi che banalizzano il corpo e l’affettività, a proposte che normalizzano comportamenti rischiosi.
142. È difficile per i genitori resistere da soli al condizionamento di modelli commerciali che monetizzano attenzione e tempo. […]
145. […] Lo sviluppo delle tecnologie informatiche rende inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca […]
146. Si moltiplicano conoscenze frammentarie, ma diventa più difficile cogliere la realtà nel suo insieme, porre domande di senso, sviluppare un autentico pensiero critico e creativo […] promuovere una vera igiene dell’attenzione: ritmi che prevedano silenzio, studio approfondito, lettura, confronto ponderato […]
147. […] educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi […]
148. […] nel lavoro «la chiave essenziale» per comprendere l’intera questione sociale […]
149. […] gli aiuti economici ai poveri restano talvolta necessari nelle emergenze, ma non possono diventare l’unica risposta […]
150. […] i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora […] gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive […] progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione. […]
153. […] ogni transizione reale procede per discontinuità […] Non esiste quindi un modello di cambiamento unico […] esistono territori e storie che chiedono risposte diverse.
154. Il lavoro resta una dimensione fondamentale dell’esperienza umana: non soltanto mezzo di sostentamento, ma luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità […] l’accesso al lavoro per tutti deve rimanere un obiettivo prioritario delle politiche pubbliche e dei processi economici, criterio di giudizio per valutare la qualità umana di un modello di sviluppo […]
155. Le organizzazioni sindacali sono chiamate ad aprirsi alle nuove forme di lavoro e ai nuovi lavoratori, per rappresentarli e difenderli in uno scenario in cui, senza scelte coraggiose, si profilano più povertà e più disuguaglianze, con una moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto. […]
156. […] tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione. […]
158. Le esperienze degli ultimi decenni mostrano che, nelle crisi economiche e finanziarie, sono sempre i poveri a pagare il prezzo più alto, mentre le teorie che promettono un benessere generale automatico si rivelano spesso illusorie. […]
159. […] superare gli attuali parametri di misurazione del grado di sviluppo […]
160. […] la rendita da capitale rischia di sostituirsi al reddito da lavoro […]
161. I progressi scientifici e tecnologici, anche in campo medico, non sono facilmente accessibili alla grande maggioranza della popolazione, come si è visto in modo drammatico durante la recente pandemia. […]
162. […] non bisogna considerare la ricerca della giustizia sociale un tema separato e successivo alla produzione di ricchezza, come se l’economia dovesse semplicemente creare valore e la politica intervenire solo dopo per distribuirlo […]
163. […] necessaria anche una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni, soprattutto a favore dei Paesi e dei gruppi più vulnerabili […]
164. […] necessario che le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo, perché la persona non sia ridotta a profilo […]
166. La famiglia è però un bene sociale fragile, che risente in modo immediato delle trasformazioni economiche e tecnologiche […]
167. […] il lavoro non è soltanto fonte di reddito, ma un ambito decisivo in cui si forma l’identità […]
168. […] occorre una creatività politica a favore del lavoro che metta al centro la famiglia e le nuove generazioni, se non vogliamo che i progressi economici si traducano in nuove forme di insicurezza e di esclusione […]
169. […] misure che garantiscano ritmi umani: senza un equilibrio tra lavoro, servizi e riposo […] vanno sostenuti i legami sociali: reti e comunità educative che accompagnino le scelte di vita e impediscano che l’incertezza produca solitudine e dipendenze.
170. […] dobbiamo parlare dell’effetto della rivoluzione digitale sulla libertà umana […]la persona è trattata come mezzo e non come fine, e chi progetta o finanzia questi sistemi assume una responsabilità morale che non può essere elusa […]
171. Quando ogni gesto lascia tracce – spostamenti, acquisti, relazioni, preferenze – si crea un potere nuovo: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti, spesso senza che le persone ne abbiano piena consapevolezza […] il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: ciò che viene amplificato o reso invisibile, ciò che è premiato o penalizzato […]
172. […] correnti postumaniste arrivano persino a ipotizzare esseri umani “di seconda classe”, funzionali agli interessi di élite che si percepiscono superiori: una prospettiva inquietante, tanto più grave se si combina con strumenti tecnologici che ampliano in modo esponenziale il potere di controllo e di selezione […]
173 Nulla è immateriale o magico. Ogni risposta che appare immediata e perfetta proviene da una lunga catena di mediazioni […] reti criminali si servono di piattaforme di rete, sistemi di messaggistica, pagamenti anonimi e tecniche di profilazione per reclutare, controllare e spostare vittime di tratta, molte volte minori, trasformando uomini e donne in “dati” da tracciare e “pacchi” da trasferire entro gli stessi circuiti digitali […]
175. La tratta va riconosciuta come una forma contemporanea di schiavitù […]
176. […] non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù […] Si tratta di una ferita nella memoria cui non possiamo considerarci estranei.
177. […] la memoria delle complicità e delle cecità di ieri sull’ingiustizia della schiavitù diventa per noi un richiamo alla vigilanza: ciò che abbiamo imparato deve tradursi in discernimento e responsabilità nel presente […]
178. […] il colonialismo ai nostri giorni mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili […] Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi […] Altrimenti, l’era digitale non sarà post-coloniale, ma coloniale sotto altra forma.
179. […] chiari criteri di verifica etica preventiva (due diligence) […]
181. […] istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; […]
182. In un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune […]
183. Alla guerra visibile si affiancano forme ibride: attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche. […] rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a “danno collaterale”.
185. […] l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. […] accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza […] tutti siamo spesso artefici inconsapevoli e architetti disuniti, capaci di slanci generosi ma privi di una visione d’insieme […]
186. […] non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. […] trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino […]
188. Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra […]
190. […] assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale […]
191. Senza una memoria viva degli orrori della guerra, le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza […]
192. Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura. […] Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni […]
193. […] il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche […]
194. […] sviluppo di ordigni “miniaturizzati”, che rendono più facile considerarne l’uso come opzione praticabile […]
195. […] la complessità degli interessi in gioco favoriscono conflitti che tendono a cronicizzarsi, con un costo umano e ambientale altissimo […]
196. […] soggetti intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici molto concreti, trasformando la guerra in un vero modo di vivere […]
197. […] sistemi d’arma ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più “praticabile” e meno soggetta al controllo umano […]
198. […] il giudizio morale non è riducibile a un calcolo: esso implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona. Perciò non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. […] Così, ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata.
199. Non basta invocare genericamente l’etica: occorre indicare puntuali criteri di discernimento. Il primo riguarda la responsabilità personale. […] Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto.
200. […] garantite tracciabilità e possibilità di ricostruire le decisioni, così che responsabilità ed eventuali colpe non si dissolvano “nella macchina” […]
201. La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale. […] Invece di progredire, stiamo retrocedendo rispetto alla svolta storica del Novecento … la globalizzazione non ha generato automaticamente unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche […]
202. Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa. La semplificazione in schemi – “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi” – facilita decisioni spesso irresponsabili […]
203. […] si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario: il principio di proporzionalità nella risposta alle aggressioni, la tutela dell’accesso ad acqua, cibo e beni essenziali, il rispetto per la vita dei civili e dei bambini vengono trattati come ingenue reminiscenze del passato.
205. […] come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. È sempre stato così, si dice, salvo brevi parentesi […]
206. […] nichilismo e pragmatismo finiscono per intrecciarsi e normalizzare errori gravissimi […]
207. […] Quando ci si persuade che nulla è veramente vero e che i “principi” non sono che un involucro vuoto, la miccia di nuove esplosioni di intolleranza e aggressività si accende nel cuore stesso delle persone. […]
208. […] per considerare il conflitto armato come un modo efficace di distogliere l’attenzione dai problemi […]
209. […] si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza […]
210. […] descrivere la realtà che viviamo può apparire cupo o pessimista, ma ritengo che sia una denuncia necessaria […] non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva […]
211. […] uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione […] vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle […]
212. […] si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla […] nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere
213, […] «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» […] La civiltà non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. […]
214. […] è fare attenzione alle nostre parole […] esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi di cui sono impregnate e sull’aggressività, aperta o larvata, che le abita […]
215. […] non cerchiamo infatti una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!
216. […] per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali […]
217. […] a non accettare come normale la logica del conflitto; a non volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana […]
218. […] Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni. Esiste d’altra parte anche un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare. Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo […]
219. […] gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole […]
220. […] acquisire un’attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme […]
222. […] gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare. Rifuggiamo le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente […]
223. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto […]
226. Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano strumenti essenziali […] pur riconoscendo che la debolezza attuale dell’ONU e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde […]
233. […] l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità […] Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato.
237. […] un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi […]
238. Investiamo nell’educazione, che inizia da noi stessi! Abbiamo tutti bisogno di formarci a vivere il digitale in modo umano […] servono adulti che riscoprano la loro vocazione di artigiani dell’educare, disponibili a un lavoro quotidiano, paziente, sostenuto da alleanze educative ampie e condivise […]
239. Curiamo le relazioni! In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone […]
240. […] Ogni scelta tecnica o economica si trasforma in luogo di discernimento spirituale … «invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace» […]
241. […] non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia […]



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