Oggi sono state pubblicate le due piattaforme programmatiche delle due candidature ufficializzate per succedere a Garavina. Proviamo a non fermarci alle copertine, che sono tutte un programma.


La prestazione “eroica” e la mancata qualificazione della nazionale italiana ai Mondiali di Calcio (terza consecutiva) e le conseguenti dimissioni del Presidente FIGC ci hanno restituito una fotografia crudele della situazione, non certo una sorpresa. Per chi ne segue l’evoluzione è l’ennesima evidenza di una crisi profonda e, purtroppo, del tutto strutturale. Questa volta non siamo di fronte ad un rigore sbagliato o ad un tiro appena sopra la traversa, ma al fallimento di un modello (qualche mese fa ne avevo parlato relativamente alla SPAL di Tacopina).
Per trovare le tesi più convincenti sull’evoluzione del calcio italiano e -più in generale- sulle trasformazioni del calcio globale (a discapito di quello europeo) consiglio a tutti di leggere, rileggere, seguire e ascoltare Marco Bellinazzo, giornalista e blogger di lunga data del Sole 24 Ore e tra i massimi esperti sport dal punto di vista economico, finanziario ed infine politico: Bellinazzo parla del calcio come di una lente perfetta per leggere dove stiamo andando, e quindi anche per spiegare come e perchè siamo passati dall’essere “il campionato più bello del mondo” a una periferia blasonata del calcio globale.
Possiamo condividere in premessa che il calcio italiano (come altri segmenti dell’industria italiana) ha ipotecato il suo futuro, vivendo per almeno 2 decenni a debito, anche di visione? Abbiamo dilapidato il patrimonio consolidato e sprecato gli enormi flussi dei diritti televisivi degli anni d’oro per gonfiare una bolla e alimentare un mercato falso, letteralmente drogato.
Mentre all’estero si progettavano stadi di proprietà (orientati a produrre entrate 365 giorni l’anno) e filiere all’avanguardia, noi abbiamo orientato tutte le risorse a tappare buchi o spostare i problemi. Le proprietà dei club in Italia è culturalmente intesa da appassionati e tifosi come un bancomat; infrastrutture e filiere insostenibili (quando non fatiscenti) oggi allontanano gli investitori credibili e consegnano i talenti ai concorrenti esteri.
Abbiamo consumato risorse e prestigio senza preoccuparci di generarne. Per invertire questa china non basterà cambiare il presidente federale; anche giocarsi l’illusionista Malagò non sarà la soluzione, non che il continuista Abate possa rappresentare una novità.
Una rivoluzione di stampo europeo penso dovrebbe seguire tre direttrici contestuali, pre-condizioni probabilmente necessarie e non sufficienti:
Stadi e centri tecnici di proprietà dovrebbero essere il punto di partenza di filiere industriali credibili e sostenibili. Lo stadio non è solo il campo da gioco, ma la base su cui costruire l’indipendenza economica della società. I Comuni e gli enti pubblici proprietari, sulla base di un disegno organico nazionale, dovrebbero coordinare un piani di valorizzazione/privatizzazione delle infrastrutture strategiche… già sorrido mentre lo scrivo.
Il calcio oggi è un’industria complessa che richiede competenze economiche, tecnologiche, gestionali e giuridiche di alto livello. Va da sé che non possa essere gestito come un “feudo” campanilistico ostaggio dalle curve e ipotetico bacino di consenso elettorale. Servono regole ferree sulla sostenibilità: chi non è in grado di reggersi in piedi deve accettare di ripartire dal zero, senza salvataggi artificiali. Il presupposto è ovviamente la rivoluzione non di facciata nella governance della federazione.
Prima di parlare di “tattiche” dovremmo iniziare a parlare di “prodotto”. È il passaggio da una gestione conservativa a una sfida tecnologica e formativa: trasformare il sistema in una piattaforma capace di generare valore, competenza e integrità. Il calcio dovrebbe cercare di essere soprattutto un sistema di innovazione, non un museo romantico della nostalgia.
Le dimissioni di un presidente o il cambio di una testata sono tasselli di un mosaico più grande. E’ fin troppo ovvio ricordare che se non modifichiamo il sistema di incentivi con cui si selezionano i dirigenti, ripercorreremo le stesse strade e ci ritroveremo al punto di partenza. La crisi della Nazionale è il riflesso della crisi della classe dirigente del Paese: un’incapacità cronica di programmare a lungo termine, preferendo l’equilibrismo politico del giorno per giorno.
Non siamo vittime di complotti o della sfortuna, ma gli autori di una serie di scelte sbagliate. La vera domanda da porsi non è (solo) di chi sia la colpa, quanto se si sia disposti ad affrontare un effettivo cambiamento. Muoverci dalla sistematica ricerca di alibi alla costruzione di soluzioni, è l’unico modo per fermare il declino .



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