per tentare di stare nei tempi e organizzare le infinite cose che vorrei dire, ho dato a Claudia l’accesso a (quasi) tutto quello che avevo sulla “UISP che vorrei“: ore di video registrazioni youtube, drive con le presentazioni (per i curiosi consiglio questa) e gli interventi, post del blog e pensieri accumulati in quasi vent’anni di via associativa. Mi ha restituito un discorso di sette minuti, come da mia richiesta: un ottimo lavoro di sintesi, ma decisamente troppo denso inservibile per questa platea cosi variegata, anche vista la piega inaspettata che ha preso la discussione di questi due giorni.
Lo lascio nel cassetto e attingendo dagli appunti che ho preso, provo a fare qualcosa che spero possa essere più utile anche a costo di sforare i tempi: ricercare cose che possono unire almeno una parte degli interventi.
Prima di tutto una sottolineatura: lo statuto che votiamo è frutto di un lavoro enorme. Capisco tutte le perplessità, persino le contrarietà, ma -come si dice in questi casi- invito i delegati “a non buttare il bambino con l’acqua sporca“. Il documento finale è una sintesi non scontata, che come tutte le sintesi lascia fuori qualcosa che per un’associazione come la nostra rappresenta comunque un patrimonio immateriale di idee, di pensieri, di discussioni e di modelli alternativi.
Voglio ringraziare da qui tutte e tutti quelli che hanno dedicato tempo, ci hanno messo fegato, testa, cuore, relazioni, e pure qualche giramento di gonadi! In Emilia diciamo che “non si butta via niente“. Quegli scarti sono fertili: sono il terreno da cui nasceranno nuovi modelli e nuove pratiche.
Senza nulla togliere a tutti gli altri, un’intervento che mi ha segnato è stato quello di Tonino: Antonello ha parlato di paura, delle paure della UISP. Ha ragione, lo sentiamo tutti: la paura c’è. Ma come ci ricordava la paura è uno strumento di sopravvivenza ed il motore primario della responsabilità. Per questo penso che appelli a “non avere paura” siano inutili. Non vuol dire che è tutto finito, e se così fosse ogni azione e pensiero sul futuro perderebbero di senso. In realtà tutto è ancora in gioco e proprio ora siamo chiamati a non arrenderci.. e a combattere. Si, combattere! Non possiamo scegliere se combattere, possiamo e dobbiamo scegliere come. Il nostro come.
Quando Sebastiano cita Calamandrei per ricordare l’articolo 11 della Costituzione, è bene evidenziare il suo invito ad andare sulle nei luoghi della battaglia. A questo mondo nessuno regala niente, ed i diritti, compreso quello alla Pace, esigono di essere conquistati e difesi. Negare i conflitti, anche quelli che vediamo oggi nelle piazze, significa negare il senso della storia. La differenza sta nel movente oltre che nello stile del combattimento. Non è per caso che siamo nati nel ’48, solo dopo la lotta di liberazione.
Negli anni ’60 eravamo il CONI rosso, con le nostre Leghe contrapposte alle federazioni. Negli anni ’70 con l’austerity, sono nate le nostre politiche: diritti, ambiente, solidarietà. Negli anni ’90 è arrivato la rivoluzione dello sportpertutti.
E ora? Qual è il senso di essere UISP oggi? Perchè una persona o una associazione dovrebbe scegliere proprio UISP tra altri 14 EPS, 50 FSN? In un paese che ha faticosamente inserito la parola Sport in Costituzione, che ha visto trasformazione di Sport e Salute, e con una pressione commerciale in fortissima crescita?
La risposta a questa domanda non si trova nei documenti: il radicamento si fa con le idee! Quelle originali, capaci di sorprendere, di ispirare desideri, passione e amore. Quelle che non se ne vanno, che rimangono.
E diciamocelo: non siamo migliori degli altri. Smettiamola di descrivere i concorrenti e gli avversari come banditi. Smettiamo di parlare male dei concorrenti e pensiamo a noi, a come conquistarci meriti sul campo. Nulla ci è dovuto.
Su questo terreno vedo due direttrici, una (più) esterna ed una (più) interna.
La prima è liberare lo sport, contro le corporazioni e contro ogni potestà: quella del CONI, del potente di turno, dei partiti o di chicchessià.
La seconda è costruire nella UISP un ecosistema. Attingendo a tutte le nostre storie, ma rivolti al futuro. Adeguato ai tempi nel linguaggio e nelle modalità, nel modo di fare le assemblee, nelle relazioni, usando in modo appropriato tutti gli strumenti della nostra epoca, ivi compresa l’intelligenza artificiale. Un ecosistema dove volontari e professionisti convivono, perché non sono un’antinomia.
Infine vi propongo tre impegni da domani.
Primo impegno. Usiamo il regolamento e le assemblee dei prossimi mesi per raccogliere idee e persone. Le regole non scendono dall’alto: sono un patto tra persone che hanno il diritto a pensarla diversamente e sono la precondizione del gioco. Ma le regole da sole non ci salveranno. Ci salveranno le persone, i giocatori: la loro etica, il loro stile, la loro libertà di inventare, di volta in volta, soluzioni.
Secondo impegno. Superiamo la relazione a distanza. I corpi si devono vedere e toccare. Se vogliamo essere una squadra, dobbiamo andare in ritiro, fare allenamenti, giocare, sbagliare. Dobbiamo formarci, e fare dei nostri incontri delle autentiche palestre di partecipazione e di democrazia.
Terzo impegno. Parliamo tanto di corpi intermedi auspicandone la sopravvivenza di fronte di poteri esecutivi che, quando non li indeboliscono, studiano ogni modo per aggirarli in nome della tempestività e della decisione. Succede anche nella nostra associazione non nascondiamoci: la base (le basi) deve pesare, non solo essere -quando si trova il tempo- ascoltata. Deve concorrere, non obbedire.Partecipare non serve a nulla, se nessuno è tenuto a rispondere. Settori, politiche, commissioni, devono essere costruiti come luoghi aperti e autenticamente liberi con poteri non solo consultivi ma propositivi, dove si incontrino le persone che hanno un problema con quelle più idonee che sappiano risolverlo. Non decidono al posto degli organi, ma propongono, danno pareri, si espirmono. E gli organi hanno il dovere di rispondere, sì o no, con una motivazione, in tempi certi.
Infine il rinnovamento dei gruppi dirigenti: esistono i tappi, anche nella nostra associazione, ma per rimuoverli serve attivare subito percorsi di formazione per giocatori-dirigenti che vogliano assumersi responsabilità: solo così la contendibilità ed il ricambio di gruppi dirigenti diventeranno una possibilità reale e non una concessione. Dobbiamo mettere a disposizione di tutti quello che abbiamo imparato, compresi gli errori. Soprattutto gli errori. Non sono difetti da correggere: sono il luogo in cui maturiamo.
Il tempo è superiore allo spazio. Ci attende un grande lavoro, e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile.
Il modo concreto di vivere questa associazione non è scolpito nella pietra: è un compito che si rinnova, di generazione in generazione.
Leggiamo i segni dei tempi e troviamo il coraggio di lasciarci provocare dalla realtà: proprio quando appare così dura, dalle nostre parti si dice “è bella da vincere“.*
Buon lavoro a tutte e tutti!
* La citazione -per pochissimi- purtroppo bocciata da un delegato della Messapia sarebbe stata questa: “Tutti ricordiamo cosa fa il vecchio Jack Burton, quando dal cielo arrivano frecce sotto forma di pioggia e i tuoni fanno tremare i pilastri del cielo. Il vecchio Jack guarda il ciclone negli occhi e dice: Mena il tuo colpo più duro, amico. Non mi fai paura”
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