Appunti e Riflessioni

Raccolgo qui alcuni appunti post Consiglio Nazionale di sabato, embrioni di interventi che non ho (ancora) fatto, per tante ragioni: sicuramente per una questione di tempo (in un meeting lungo quasi una giornata intera ritenevo corretto soprattutto ascoltare chi ha meno occasioni di parlare) ma anche perché i Consigli non sono sempre la sede più adatta per fare riflessioni. Per come è concepito é piuttosto la sede in cui formalizziamo e consegniamo a tutti opinioni definite. Raccolgo quindi su questo diario video e trascrizioni di alcune riflessioni che vorrei trovare lo spazio per condividere e rimasticare.

“Guarda dove vai”

Quando commentiamo un bilancio stiamo commentando una fotografia parziale per quanto completa ed esaustiva. In questo caso, combinando bilancio sociale, rendiconto economico, relazione di missione e tutti gli allegati, stiamo osservano una fotografia molto dettagliata ed il fatto che siano così leggibili possiamo permetterci ragionamenti più articolati. Potremmo ad esempio osservare l’evoluzione delle fotografie anno per anno, osservandone tendenze e ipotizzando prospettive.

Un bilancio che ha un totale di proventi e ricavi intorno ai 9 milioni di euro e avanzi d’esercizio di oltre 200.000 euro è sicuramente un bilancio sano con numeri importanti. Ma se nella stagione precedente il volume di bilancio era quasi 1 milione di euro superiore e l’avanzo quasi doppio penso sia importante attenzionare cosa sia successo e quali siamo le ragioni. Andando ancora più indietro, potremmo forse capire se ci siano delle tendenze, delle oscillazioni (in questo caso collegato agli anni straordinari che abbiamo vissuto nel rapporto con gli enti pubblici e con i contributi legati alle emergenze).

Contemplare e confrontare quanti più dati possibili, incrociandoli dovrebbe aiutarci a commentare non soltanto i valori marginali e/o la fotografia singola, ma il movimento e la direzione dei cambiamenti, consapevoli che anche qui il giudizio di valore è un’altra cosa ancora. E mi spiego: io non so se un bilancio più grande o più piccolo siano di per sé una buona o una cattiva notizia. Estremizzando, supponiamo che il bilancio complessivo dell’articolazione nazionale UISP, si dimezzasse ma contestualmente triplicassero tutti quelli regionali e territoriali, forse lo commenterei come un dato complessivamente positivo, no? O ancora: un gruppo dirigente che per accrescere i volumi di bilancio della rete UISP decidesse di invadere gli spazi occupati delle associazioni affiliate, forse riuscirebbe ad aumentare il bilancio ma annientando un pezzo del proprio ecosistema di base.

Questi esempi, ovviamente paradossali, perchè credo dovremmo allenarci ad entrare nelle pieghe dei bilanci e analizzarli sotto la superfice, per capire cosa ci dicano nel tempo ed esprimere giudizi sulla base degli obiettivi e di dove intendiamo andare.

Sui numeri delle SdA

La cosa più importante su cui invece avrei forse doluto dire qualcosa riguarda il grande lavoro da fare sui nostri settori di attività. Il bilancio ci consegna (nell’insieme) una fotografia dei settori abbastanza critica: mi pare ci sia molto spazio per fare meglio, sapendo che i settori non sono tutti uguali anche all’interno delle stesse discipline, e che ci sono alcune attività che tradizionalmente producono molti risultati sul territorio e altre che invece sono molto più strutturate nei livelli superiori, regionale o nazionale.

Sempre sospendendo il giudizio di valore, provare a correlare -come elemento di analisi – il numero di tessere in rapporto a quante entrate (una sorta PIL pro capite, ossia la produzione di valore economico legata a ogni singolo tesserato di ogni singolo settore). Risalterebbero le differenze che ispirerebbero ragionamenti, strategie o anche semplice consapevolezza delle strutturali peculiarità. Se le prima 5 SdA per numero di tesserati sono ginnastiche, nuoto, calcio, danza e atletica, le prime 5 per volume di bilancio sono ginnastiche, nuoto, pattinaggio, discipline orientali e motorismo. A titolo esemplificativo, ogni socio il motorismo produce oltre 2€ di saldo positivo, mentre il calcio ne producono uno negativo di -0,34€.

Non sono giudizi di valore -lo sottolineo e lo ripeto- e non è corretto affermare a priori che sia giusto uno e sbagliato l’altro. Penso però serva entrare nel merito dei numeri per fare raffronti e ragionamenti (che per essere completi dovrebbero contemplare anche come quei numeri si calano nella rete sottostante finanche alle società affiliate). Mentre sulle affiliate non abbiamo controllo, fino alle articolazioni territoriali sì: allora perchè non metterci a nudo?

Democrazia in gioco

Tiziano ieri ha preannunciato il percorso e la data dell’assemblea di metà mandato del prossimo autunno, chiedendo a tutti i dirigenti di partecipare con riflessioni costruttive e utili alla semplificazione e facilitazione del nostro modello associativo.

Io partirei da qua: anche nella UISP (e ripeto questo non è un problema solo nostro, non c’è consesso pubblico politico dai Parlamenti al consiglio del proprio comune), la liturgia e la ritualità di quelle sedi – quindi gli interventi lunghi in cui bisogna leggere tra le righe– sembrano (sono) poco accessibili. Quindi, anche UISP non è immune a una deriva oligarchica (o non so come altro chiamarla), in cui ci sono poche persone che hanno tempo, modo, risorse, strumenti e dati per leggere tra le righe e per capire davvero cosa sta capitando, e tanti altri che sono spettatori, che si entusiasmano o si incavolano, applaudono o borbottano, ma di fatto sono spettatori non protagonisti.

E’ un problema democratico globale enorme di cui dobbiamo aggiungere un elemento di consapevolezza: non siamo immuni. Degli 80 consiglieri nazionali (o dei 25 regionali) tendenzialmente intervengono soprattutto (se non unicamente) i presidenti regionali o le persone che hanno responsabilità nell’organigramma; ce ne sono altri (ben oltre la metà) che non abbiamo mai sentito e (non certo per colpa loro) non sentiremo forse mai in tutti i quattro anni di mandato. Credo sia un dato allarmante. Qualcuno potrebbe arrivare a dire: “Intervengono sempre in 20, facciamo un consiglio di 20 anziché di 80“. Quindi -ancora una volta- comprimere gli spazi di rappresentanza e di partecipazione. Abbiamo la forza per interrogarci in senso inverso ripensando il funzionamento dei nostri organi ed il metodo di confronto?

Mentre presentavo il punto sulle modifiche dei regolamenti tecnici dei settori di attività mi domandavo: “perché non proviamo a considerare anche la democrazia interna come se fosse un gioco, un nostro settore di attività?”. Se la democrazia è come un gioco, consideriamolo come un’esperienza che esige tempi, spazi, regole, ruoli, presenza, ritmo, metodo ed infine di tanto allenamento per essere accessibile, vivace e autentico.

Senza prenderla troppo larga, forse davvero dovremmo partire dal chiarire che cosa sia la democrazia e che cosa possa definirsi democratico: che si fa un certo numero di consigli all’anno? che si sono mandati tutti gli allegati formalmente corretti? che li presenta in maniera molto precisa e molto analitica? In sintesi, la democrazia è solo una procedura formale? Secondo me no. Certamente è anche quello.

Come tutti i giochi collettivi anche la democrazia ha bisogno di una procedura e di essere istruita. Ma se parlassimo di calcio… quand’è che una partita di calcio smette di essere una partita di calcio? Se non ci sono le righe fatte bene non è più una partita di calcio? Non lo so. Io ricordo le partitelle nel campetto dietro casa in cui bastava che ci fossero due porte, anche fatte con le felpe. Se c’era una palla, c’erano le porte e si riusciva a capire se c’erano le squadre, si riusciva a capire se si era fatto gol: quello poteva già essere l’embrione del calcio. Se usiamo questa analogia fra sport e democrazia, democratico è quando le persone, (i giocatori) che abbiamo deciso di coinvolgere, vengono effettivamente chiamati per tempo, vengono messi in condizioni di toccare la palla e di metterci del loro. Viceversa non lo è.

C’è una democrazia formale, costituzionale, che va difesa anche al nostro interno, ma c’è quella sostanziale su cui dobbiamo invece assolutamente e velocemente aggiornarci. Se non ci alleniamo alla democrazia sostanziale, le persone ed i soci che guardano lo spettacolo dei nostri consessi democratici si annoieranno e ci abbandoneranno. Dobbiamo (ri)costruire un gioco attraente che sia effettivamente utile ed efficiente e non opaco e inconcludente. Se non riusciamo a invertire questa tendenza, noi non staremmo facendo la nostra parte per salvare le esperienze occidentali di libertà, di democrazia e di partecipazione che oggi sono apertamente e spudoratamente messe in discussione.

Questa farneticante riflessione post-consiglio nazionale vorrebbe avere esattamente solo questo scopo. Consideriamo il nostro modello associativo come se fosse il regolamento tecnico di un gioco che va aggiornato e vivacizzato: viceversa il trend disegna sempre meno partecipanti, sempre meno l’offerta di esperienze utili alla vita associativa, sempre più fatica a organizzare i campionati. La democrazia non è una casa da costruire ma una relazione ed una conversazione da sostenere in ogni sede, in ogni momento.

La Missione Storica dello Sport e la Lotta per la Sostanza

Tiziano ha citato la lettera del direttore di AICCON che mi ha stimolato e stimola riflessioni su cui spero di trovare il tempo di scrivere qualcosa.

In particolare riflettevo sul fatto che la missione storica non ce l’ha solo il Terzo Settore, ma proprio il Terzo Settore Sportivo. Se facciamo fatica – e facciamo fatica – ad educare all’importanza di occuparsi di politiche pubbliche forse anche per la (percezione di) distanza e la complessità di alcune tematiche. Lo sport, invece, il nostro sport, i nostri giochi potrebbero essere la prima palestra accessibile democratica, perché fruibile e fruito da tutte le fasce di cittadini, ed appassiona/coinvolge tutte e tutti, almeno in alcune fasi della propria vita. Vivendo indirettamente o direttamente l’esperienza sportiva si consumano esperienze di partecipazione ed esigenze democratiche concrete: lo stato dell’impianto, la scelta dell’educatore, il regolamento di gioco, la scelta degli orari, le decisioni dell’allenatore o dell’arbitro, il costo del biglietto rappresentano alcuni esempi di problemi molto concreti e che possono attivarmi nell’affermazione di diritti e percorsi democratici. Penso che proprio UISP potrebbe/dovrebbe presidiare e occuparsi di queste occasioni per dimostrare come e perché la democrazia abbia ancora (molto) senso ben oltre la pura formalità e le ritualità mendaci di cui ho parlato sopra.

L’ambizione che vorrei condividere è quella di rendere la democrazia praticabile e accessibile alla base, nel molto piccolo perché poi sia possibile difenderla sul fronte più ampio. Se riusciremo a fare la rivoluzione nella piccola APS dietro casa, rendendola formalmente e sostanzialmente davvero partecipata e democratica, allora staremo anche concorrendo a rendere i nostri consigli comunali, i nostri consigli regionali e nazionali molto più interessanti, a trovare nuovi sindaci, ad attivare i cittadini, a trovare nuovi dirigenti e amministratori locali che -spero- avranno voglia di combattere in difesa della democrazia non formale. Forse arriveremo anche ad avere la forza intellettuale e culturale che l’Europa sembra aver smarrito.

Il Progetto UISP: oltre lo Statuto (e l’imbarazzante discussione sui mandati)

Ultima, almeno per ora, delle riflessioni che il Consiglio Nazionale mi ha stimolato: l’assemblea di metà mandato l’impegno sulla “necessità di aggiornare” e “semplificare” i nostri meccanismi di funzionamento, quindi riforma dello Statuto e dei Regolamenti.

Io non riesco a partire da lì: lo Statuto e il RN sono solo un pezzo degli strumenti che ci servono, per attuare il più ampio progetto Uisp. Quindi partirei da che cosa vogliamo essere, dove vogliamo arrivare. Perché in alcuni casi ci serve uno statuto di una rete nazionale associativa di promozione sociale (più) avanzato, in altri potrebbe servirci costituire una rete di imprese sociali, quindi un’altra cosa. In altri casi ancora ci serve di mettere a sistema e ordinare l’idealtipo dell’Azienda UISP (partecipate e controllate). Pensando ancora più in grande forse ci serve immaginarci, come dicevo commentando l’elezione di Daniela Conti come vicepresidente di ISCA, come grande rete europea e internazionale di cooperazione e di sviluppo progressista dei nostri valori sportivi.

Tradotto: lo Statuto è solo un piccolissimo pezzo, assolutamente non banale, a monte c’è tutto l’ecosistema da definire: impresa sociale e aziende, reti di volontariato e altre realtà del Terzo Settore. Trovo davvero limitante, forse anche un po’ offensivo per la portata della nostra storia, per i valori che mettiamo nel nostro lavoro, per il tempo che ci dedichiamo, per le battaglie di legalità quotidiane che facciamo dentro la Uisp, che tutta questa discussione finisca per impantanarsi sulla questione dei mandati.

A quanto mi risulta UISP è l’unica organizzazione del Terzo Settore Sportivo che ha vincoli di mandato e incompatibilità così stringenti: qualcuno dice sia un’anomalia da correggere, per me è un vanto.

Siamo l’unico ente che può vantare un ricambio generazionale così importante: lo si vede anche nelle fotografie quando vediamo i presidenti eterni delle federazioni ed altri EPS; ce ne accorgiamo anche sui territori dove ci sono famiglie e potentati che perdurano per decenni. Senza stare alla nostra discussione completamente interna al mondo sportivo italiano e alla Uisp, i vincoli di mandato sono parte di una lunga storia del diritto costituzionale delle liberal-democrazie e di come si è evoluta la gestione del potere fino ad oggi. Provando ad essere meno autoreferenziali, credo ci manchino molte delle competenze necessarie e dovremmo farci aiutare: i vincoli non sono uno strumento di potere intra-associativa, ma, nella storia, sono lo strumento che ha distinto e proverà a distinguere le liberal-democrazie, ad esempio, dalle autocrazie.

Ai più attenti non sfuggirà che potremmo trovarci nel prossimo autunno a commentare un Presidente degli Stati Uniti che proverà a fare quello che Putin e Xi Jinping hanno già fatto, cioè annientare i limiti dei mandati per allargare la sfera di potere, utilizzando le emergenze per creare lo stato di necessità che giustifichi l’eccezione. Se lo scontro globale è fra ecosistemi democratici ed autocratici, il sistema sportivo italiano è fatto di autocrati da cui UISP prova a liberarsi. Abitiamo un sistema di autocrazie dove la giustizia sportiva è collaterale o a volte addirittura emanazione delle strutture politiche, dove le federazioni, il CONI e tutte le sue articolazioni sono strutture di potere chiuse e corporative: dobbiamo chiamarle così.

Se questo è il nostro avversario, dovremmo trovare la forza per fare una battaglia in senso uguale e contrario, con la consapevolezza e la spregiudicatezza di sapere che contro gli autocrati o ti attrezzi o sei morto, ma con l’altrettanta consapevolezza di dover resistete al diventare come loro. Un lavoro immane, ma una sfida che, nella nostra lunga storia, ci identifica e contraddistingue.

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