Ce l’abbiamo fatta! Il congresso regionale di ieri ha eletto il nuovo consiglio che a sua volta mi ha confermato Presidente della UISP Emilia Romagna. E’ stata una giornata straordinaria, densissima nonostante la lunga durata. Qui trovate una sintesi, qui tutta la registrazione dei LivingLab del mattino. Di seguito invece, la mia diversamente breve relazione del pomeriggio.

Da mosaico a disegno

Buongiorno a tutte e a tutti, delegati e delegate presenti qui oggi, ai nostri dipendenti e collaboratori, ai preziosi volontari del servizio civile, ed ovviamente un caro e affettuoso saluto anche a tutti quelli che non possono essere qui oggi per gli impedimenti più vari. Mi perdonerete ma va a loro l’abbraccio più grande.

Grazie davvero per tutto quello che avete fatto per arrivare qui, alla preparazione di tutto questo Congresso, dai territoriali già svolti e di quello nazionale che ci attende. È una fase lunga, nella quale abbiamo coinvolto oltre 2000 sodalizi sportivi con quasi 600 dirigenti delegati dalle associazioni. Questa cosa, così, non la fa nessun altro. Spero ne sentiate l’orgoglio e la responsabilità, e che non vi rimanga solo la fatica degli adempimenti, dei verbali e delle convocazioni, ma anche e soprattutto i bisogni raccolti e le proposte che anche oggi abbiamo cercato e cercheremo di trasmettere.

Mi trovo davanti a voi con quel misto di emozioni che penso di conoscere bene e di saper gestire… poi invece ogni volta mi sorprendono.

Ho pensato e ripensato a cosa dire, a come dirlo, oscillando e cambiando continuamente idea. Non perché non abbia cose da dire, ma per la difficoltà, forse anche la fatica, di dover operare scelte e di non voler sbagliare. Un po’ come un tiro libero o un calcio di rigore nei minuti di recupero, anche se così ovviamente non è. Il congresso è sempre più un inizio che una fine. E questa giornata, come questo discorso, vorrebbero e dovrebbero assomigliare piuttosto alle mosse di apertura del prossimo quadriennio.

E come negli scacchi, già quando muovi il primo pedone, è indispensabile e necessario avere già in testa non solo le successive 5-10 mosse, ma auspicabilmente anche una strategia complessiva.

Parto da qui e vi chiedo: abbiamo una strategia complessiva? Come paese, come organismi sportivi, e infine come UISP?

Dal mio osservatorio oggi, dopo 4 anni, posso dirvi, sinceramente, più no che si. Forse perché ne abbiamo diverse, ne abbiamo troppe !! e non sempre armonizzate. Un po’ come un grande mosaico che nel tempo ha perso qualche pezzo.
Perché a volte, è bene dirselo, anche complici gli accidenti e le emergenze che non sono mancate, non abbiamo preparato alcuna strategia.
Abbiamo improvvisato (questo lo facciamo alla grande!), talmente bene che a volte dimentichiamo quanto sia necessario avere una strategia!
Siccome siamo bravi (o pensiamo di esserlo), partiamo e andiamo. D’altra parte, ci è sempre andata abbastanza bene… no? no.

Ricordate dove eravamo quattro anni fa? Ricordate i monitor?

Per via della pandemia questa stessa assise si svolse interamente online, in una forma che ci sembrava impensabile. Un’esperienza che non dimenticheremo, per le persone care che abbiamo perduto, per le relazioni che abbiamo forzato, ma anche per le ancora delle pesanti eredità da cui come paese e come mondo sportivo non siamo completamente usciti. La governance dello sport e la sua non-cultura, lo potete constatare ogni giorno, è ferma al punto di partenza, e le ingiustizie che abbiamo visto sul “preminente interesse nazionale” -ricordate i dcpm?- sono ancora tutte all’ordine del giorno.

Non mi soffermo su cosa sia successo dopo, ma la scelta di aprire il congresso di oggi con questi contributi, con le immagini dell’alluvione ha colpito il nostro territorio, o la scelta di parlare dell’insopportabile costo delle guerre che distruggono e uccidono alle porte dell’europa e oltre l’orizzonte dei nostri mari, volevano dimostrare innanzitutto la consapevolezza di UISP di non essere un mondo a parte ed anzi di essere parte del mondo. Un mondo che oggi più che mai ci appare fragile.

Le accelerazioni impressionanti -che non definirei imprevedibili- anche di questi giorni e di queste settimane impone anche a noi di riflettere, di collegarci, di dotarci di strategie comuni. E’ quello che ci aspettiamo facciano se non tutti i Governi della Nazioni della Terra, almeno quelli della nostra Europa.

Ci sono dei decenni in cui non accade nulla. E poi delle settimane in cui accadono decenni”, ed oggi corriamo il rischio, come Continente (ma con le dovute proprozioni anche come associazionismo sportivo) di essere un bellissimo mosaico fatto di tanti pezzi, il cui disegno non appare chiaro, la cornice non definita, il perimetro confuso. Di non esprimere tutto il nostro potenziale. In sostanza di non avere alcun potere sul nostro potere.

Senza il disegno ci manca qualcosa, anche per chi guarda il nostro straordinario lavoro da fuori. Chi è presente qui oggi, istituzioni, amministratori, associazioni amiche, partner, deve poter vedere, distinguere ed apprezzare non solo alcune parti del nostro mosaico ma un disegno coerente, credibile, chiaro. 

Se non fosse chiaro, il nostro Congresso serve a questo: a disegnare una nostra strategia.

Intendiamoci: avere una strategia non significa in alcun modo che adesso eleggiamo a maggioranza (o all’unanimità) dei capi che impongono la loro strategia ai sudditi supini che obbediscono, ma al contrario che ogni pezzo del mosaico può e deve esercitare tutta la sua autonomia dentro il disegno che concorre a generare. In questo senso l’aggettivo democratico non è un orpello formale, ma sostanziale: se non ci crediamo, se non lo sentiamo nostro, se non ci riconosciamo nel disegno, dobbiamo sapere che non saremo riconoscibili e quindi non abbiamo possibilità di essere riconosciuti.

So che l’ho presa larga, ma ogni considerazione organizzativa parte da qui. Dalla definizione o ridefinizione e condivisione degli obiettivi. Il contesto ce lo impone.

Spero sia chiaro a tutti voi quanto la UISP non sia una cosa sola. Non è un’etichetta, non è un logo, non è un regolamento.  Siamo letteralmente un’organizzazione fatta di persone diversissime per età, sensibilità e provenienze, con il proprio campanile, le proprie convinzioni, esperienze, passioni e che -aderendo liberamente all’associazione- sceglie di perseguirne gli obiettivi -diciamocelo- con grande estenuante fatica. Ma questo è il lavoro da fare, non esistono scorciatoie.

Gestire la complessità

Ci sono alcune distorsioni, bias, ricorrenti, non solo nell’associazione, che ho visto personalmente in questi anni generare una quantità straordinaria di equivoci, incomprensioni e conflitti, con conseguenti perdite di tempo e occasioni sprecate.

Sapete, sappiamo, che il nostro cervello è limitato: per elaborare informazioni complesse non può fare altro che usare scorciatoie che ci portano sempre (sempre) a conclusioni parziali e approssimative. Ci illudiamo di conoscere. Lo sanno bene i delegati che hanno preso parte ai corsi di formazione dirigenti dell’illuminante amico Fabio Cola che anche oggi è qui con noi e che ringrazio.

L’illusione della conoscenza è un errore cognitivo che ci porta a sovrastimare la nostra comprensione di un fenomeno: ci convinciamo (tutti) di saperne più di quanto effettivamente sappiano. Questo bias è particolarmente frequente in contesti in cui le informazioni sono sempre più complesse o incomplete (vi ricorda qualcosa?), e le persone sono costrette a costruire le proprie certezze intorno alle convinzioni proprie, e non alla realtà.

 Credere di capire tutto ci porta a banalizzare il lavoro degli altri, le loro e le nostre difficoltà. Sovrastimiamo. Semplifichiamo. Ignoriamo i dettagli. E questo può essere -ed è- molto pericoloso, soprattutto in un’associazione come la nostra, che vive e si nutre di complessità e diversità.

Parliamo di sport: siccome tutti qua dentro ci occupiamo tantissimo di sport, siamo certi di conoscerlo meglio di quanto lo conosciamo realmente. Conosciamo bene, benissimo, fin troppo bene il nostro pezzo e questa sicurezza ci porta a convincerci di conoscere già anche tutto il resto. Ci siamo chiesti almeno di quale sport stiamo parlando? Spesso manifestiamo eccessiva sicurezza nelle nostre opinioni e difendiamo a priori le nostre decisioni anziché metterci in discussione.

Avete incontrato qualcuno così in UISP o anche fuori?
Credetemi: a turno quel qualcuno siete stati anche voi. Nessuno è immune.

Esistono antidoti!

  1. Fare spazio alla possibilità di avere torto o di non sapere abbastanza anche della nostra materia preferita.
  2. Non aver paura di chiedere chiarimenti o approfondimenti su argomenti complessi, e non smettere di studiare.
  3. Esplorare punti di vista opposti al nostro o informazioni che contraddicono le nostre idee.

Perché se ci pensate la stessa parola sport, declinata al singolare, è pericolosissima.

Se le parole servono a capirsi ma utilizziamo correntemente la stessa parola per intendere concetti contraddittori e a volte opposti, il conflitto è inevitabile. E’ grammaticale e lessicale prima ancora che politico. E intendiamoci è anche e soprattutto politico.

La parola sport: dobbiamo allenarci a declinarla al plurale.

Possiamo chiamare con le stesse parole Fabia e Federica Brignone? Sono entrambe professioniste dello sport, no?

Abodi chiama “infrastrutture strategiche nazionali” per lo sport alcuni stadi di calcio delle aree metropolitane ma per noi le principali infrastrutture strategiche nazionali di cui dovrebbe prioritariamente occuparsi il Ministro dello sport sono quelle delle scuole, sono i cortili e i parchi accessibili.

Ci servono più parole, parole nuove, forse anche alfabeti diversi, simboli e in attesa -perché no- asterischi!

Si chiama complessità. E’ la realtà che il nostro cervello piccolo e limitato semplifica per non farci impazzire, ma al netto della nostra illusione la realtà era, è e resta dannatamente più complessa.

Non possiamo rispondere come vorrebbe qualcuno “tanto peggio per la realtà”. 

Abbiamo gli strumenti, la tecnologia e la cultura per affrontare la complessità, la realtà. Dobbiamo “solo” scegliere di usarla… per semplificare e non per complicare.

Lo sapete, lo sappiamo: l’Italia sembra fondata sull’idea di complicare le cose semplici: senza banalizzare il nostro amato paese, questo ordinamento bizantino e corporativo non perde occasione per aggiungere complessità alle complessità. Ogni provvedimento porta con sé indeterminazione e interpretazioni, responsabilità potenziali e nuova burocrazia che sta facendo alzare bandiera bianca a tantissime realtà del mondo sportivo e del terzo settore.

Possiamo impegnarci tutti non aumentarla, la complessità? E almeno all’interno della rete associativa UISP a ridurla quanto più possibile?

A chi abbia responsabilità di governo e a politici di qualsiasi segno che -dicono di avere a cuore il nostro mondo chiedo di fare un esperimento: applicate ai vostri partiti o liste civiche di appartenenza i medesimi obblighi del RUNTS. Provateci. Prendetelo come stress test organizzativo, non lo superereste.

Ma allora con quale credibilità forze politiche che non conoscono organi di controllo terzi, non rendicontano e non pubblicano i loro bilanci ne gli atti di governo interni cui spesso neanche gli iscritti possono accedere, portano avanti questi percorsi di riforma? Senza essere demagogici, spero non vi serva osservare da vicino un amministratore di un ente del terzo settore o di una società sportiva di medie dimensioni per capire che qualcosa non sta funzionando non nella “realtà complessa del mondo” ma nelle strategie assenti o sbagliate che hanno guidato le scelte politiche, soprattutto centrali, per troppi anni.

Intendiamoci: l’Italia ed il suo sistema sportivo esigono e aspettano riforme profonde, quand’anche dolorose nel breve periodo ma necessarie a ricostruire l’impianto e aggiornarlo. 

Se dobbiamo apprendere qualcosa dalle drammatiche alluvioni dei mesi scorsi o dai terremoti del 2012, è quella di non ricostruire tutto esattamente come prima. Ci è richiesto di apprendere dagli errori e di non ripeterli.

Anche in questo caso delegati emiliano romagnoli, spero sentiate tutti l’orgoglio per l’intuizione davvero lungimirante, ormai oltre 20 anni fa dei nostri comitati di investire nella creazione di un’azienda di servizi alle associazioni e che in questi anni di difficoltà ha visto gli stessi comitati ricapitalizzarla e finanziarla con un piano di sviluppo di oltre 500.000€ proprio con l’obiettivo esplicito di leggere e risolvere le complessità e tradurle al servizio delle associazioni di base.

La sfida dei prossimi anni sarà quella di costruire un ecosistema attrattivo e vivace, interessante e dinamico intorno alle associazioni e agli enti del terzo settore, alle cooperative e alle imprese sociali e non, che possano svilupparsi e crescere, formare e trattenere competenze, ovviamente intese come risorse umane che -viceversa- andranno altrove.

E’ la sfida di questa epoca, di questa generazione. Quella che come suggerisce il nostro ex presidente Manco, avrà il compito di chiudere col ‘900.

Colgo l’occasione per ringraziare anche qui il nuovo amministratore di ARSEA, Rocco Padula, e attraverso di lui tutte le persone e le competenze dell’azienda, da quelli che l’hanno vista nascere e crescere, fino ai nuovi collaboratori e dipendenti che in queste settimane hanno portato l’azienda a raddoppiare la propria pianta organica.

Un equipaggio di esploratori coraggiosi che possano aprire vie e sentieri che oggi appaiono impraticabili, per non dire inaccessibili.

Il pregiudizio dei sopravvissuti

I disastri di questi anni -chiamiamoli col loro nome-  hanno mostrato alcune delle nostre fragilità strutturali su cui dobbiamo agire.

Pandemia e impatto sulla salute, costi sanitari, demografia, conflitti, clima, ma anche la quarta rivoluzione industriale e tecnologica che ha trasformato e sta trasformando radicalmente il mondo del lavoro, ci consegnano modelli fragili, in particolare nel nostro paese.

Cosa si fa con una cosa fragile? O ancora, qual è il contrario di fragile?

Mentre ci pensate vi mostro un’immagine.

La conoscete?

Durante la seconda guerra l’aviazione alleata cercava di capire come minimizzare le perdite di aeroplani. Analizzando tutti gli aerei dopo le missioni e registrando dove fossero stati colpiti, iniziarono a rinforzare con nuovi materiali le aree più danneggiate.

Un giovane statistico, amico del nostro Segretario Giorgio Bitonti, segnalò che forse il lavoro da fare potesse essere esattamente il contrario.

Wald osservò che le aree dei bombardieri sopravvissuti, pur essendo crivellate di colpi, dimostravano di poter resistere ai danni senza impedire il ritorno alla base. I punti critici da rinforzare non erano quelli già danneggiati, bensì quelli che risultavano ancora intatti sugli aerei superstiti, perché quelle parti, se colpite, potevano compromettere l’integrità del velivolo e farlo precipitare, come probabilmente era avvenuto per gli aerei che -infatti- non erano riusciti a tornare.

Il pregiudizio di sopravvivenza.

Quindi: noi-qua-oggi scegliamo di analizzare solo le società e gli sportivi superstiti per capire cosa rafforzare? Quando accettando la sfida del Presidente de Pascale proviamo a ripensare il nostro ruolo, le nostre proposte, i nostri modelli, lo facciamo con/per i già-sportivi o con/per i sedentari-non-ancora-sportivi? Con le decrescenti persone che secondo le nostre leggi possono dirsi italiane, avere un codice fiscale, un certificato medico, una residenza, un lavoro, o anche con i non-ancora-cittadini già nelle nostre comunità? Domande retoriche che però tracciano l’altezza della sfida.

Ora, una volta escluso il bias dei sopravvissuti, quindi avendo individuato i campioni corretti per leggere le reali fragilità (magari attraverso dati pubblici credibili già teoricamente disponibili sulle piattaforme di CONI e Sport e Salute), quali parti del nostro aereo sportivo crivellato di colpi dovremmo rafforzare?

Questa domanda è decisamente meno retorica. Le opzioni sono tante. Almeno quante le declinazioni plurali della parola sport.

Anti-fragili

Nei materiali il contrario di fragile è robusto.

Fragile è qualcosa che si rompe a fronte di un impatto, come un bicchiere di vetro.

Robusto è qualcosa che resiste agli shock senza subire danni, ma non migliora, come un recipiente d’acciaio. Resiste, non migliora.

Nelle organizzazioni si parla di agilità, indicando la capacità di adattarsi ai cambiamenti o di resilienza nel sopportare senza rompersi o ancora la capacità di tornare alla posizione originaria. Adattarsi, sopportare, tornare.

Nelle letture durante la pandemia ho riscoperto un concetto che mi aveva ispirato e che vi propongo: Antifragile è qualcosa che migliora e si rafforza grazie agli shock, al disordine e all’incertezza. L’esempio più calzante è quello del nostro sistema immunitario, che si rafforza dopo essere stato esposto a un virus. Che esce migliorato, non come prima, dagli shock che riesce ad affrontare.

Se ci pensate è quello che raccontiamo con solidissimi argomenti riguardo alle attività fisiche e sportive per il nostro corpo che diventa più forte e migliora attraverso l’allenamento a stress moderati, come -appunto- l’esercizio fisico.

Sportpertutti: unisce, educa, trasforma.

Dobbiamo lavorare per un’associazione non sedentaria, che non resista ai cambiamenti ne li assecondi, ma che li ricerchi, li costruisca, li promuova.

Possiamo, e per me dobbiamo, mostrare che le differenze non sono una minaccia, ma una ricchezza. La ricchezza del mosaico. Essere parte di un disegno riconoscibile.

Sappiamo tutte e tutti di avere ampi, ampissimi margini di miglioramento, in termini di responsabilità, di libertà, di autonomia, dentro e soprattutto fuori dalla nostra associazione, sapendo di avere superato anni duri e sfide difficili, ma di avere di fronte, come scriveva nel 1911 un giovane 26enne di Fratta Polesine: un cammino arduo e complesso, pieno di svolte e d’insidie, che richiederà una maturità, un machiavellismo ed una onestà, una spregiudicatezza e una moralità, un’agilità ed una coscienza, che sono rarissimi a trovarsi insieme.

Meritiamo di essere più di un insieme di pezzi, di intelligenze, di esperienze, di storie, e di diventare la trama di un disegno riconoscibile e riconosciuto, e di diventarlo attraverso le nostre idee di sport che unisce, educa, trasforma. 

Nel salutarvi ringrazio sin da ora tutti i delegati e le delegate che decideranno di intervenire nel dibattito che seguirà il mio intervento, perché già so dai vostri sguardi e dalla vostra energia di queste ore, che rappresentate e rappresenterete meglio di quanto abbia fatto io, non solo cosa la UISP oggi è, ma anche cosa potrà essere e -ben prima di quanto pensiamo- sarà.

Una risposta a “Attrezzature Universali”

  1. Avatar Frecce e finestrini – Qualche anno f(r)a
    Frecce e finestrini – Qualche anno f(r)a

    […] Nelle grandi associazioni, come UISP, anche il semplice lavoro di coordinamento ed organizzazione logistica è decisamente faticoso e a tratti estenuante. Il coordinamento strategico/politico è persino peggio (nel migliore dei casi siamo un bel mosaico). […]

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