L’intervista del Ministro dello Sport Andrea Abodi sulla Gazzetta dello Sport è sensibilmente diversa -quasi diametralmente opposta- a quella di Malagò sul Foglio. Al di là della grande pacatezza ed equilibrio istituzionale che si contrappone nei contenuti e nei toni alla tracotanza piaciona del Presidente del CONI, nonostante le domande del giornalista siano molto orientate alla soap opera prodotta dai Lotito e dalla Lega Calcio, Abodi tocca tanti nodi sensibili cui però, a mio avviso, il suo Governo ha poche idee scarsamente condivise soprattutto all’interno della maggioranza che lo sostiene.

Autonomia dello Sport

Il Ministro la cita più volte senza esplicitare che allo stato attuale sia un problema: nel video parla addirittura di autonomia come concetto relativo: c’è autonomia e autonomia, modo e modo di esercitarla e la strada intrapresa dal CONI post (tentativi di) riforme a partire dal 2019 è semplicemente inaccettabile. Il passaggio:

“Molto dipenderà dalla capacità di autogoverno di Coni e Cip, ma io darò indirizzi legislativi chiari”

Potrebbe essere trascritto così:

“Se aspetto si muova il CONI so che non cambierà niente, a questo punto il Governo ha il dovere di dare una linea”

Come non sottoscrivere? Il nodo è casomai quale sia la linea del Governo.

Ad esempio, pur condividendo nel merito, alcuni passaggi mi preoccupano. Ad esempio:

“Il decreto […] terrà conto dell’evoluzione tecnologica che sta modificando l’idea stessa dei confini del mercato nazionale e riducendo la distanza tra il contenuto, il suo titolare e il suo fruitore. E poi ridefinirà la mutualità, con una rielaborazione del modello, sia orizzontale, in Serie A, che verticale, a beneficio del sistema calcistico.”

Nel leggerci un diretto attacco all’arretratezza del modello Serie A (che condivido), non sono affatto sicuro spetti al Governo spingersi fino a questo punto. Potrebbe limitarsi a non ostacolare la concorrenza e l’apertura reale di un mercato oggi sempre più auto-riferito ed asfittico. La parabola protezionista e corporativa del nostro calcio somiglia terribilmente alle vertenze di taxisti e balneari: concessioni che diventano appropriazioni (o esproprio) di spazio pubblico.

Infrastrutture Strategiche Nazionali

E come commentare l’idea di considerare gli stadi come infrastrutture strategiche nazionali?

Il mio pensiero corre ad Alitalia, alla favoletta della compagnia di bandiera. Perché “il calcio è di tutti“, “lo Sport è bene comune“. Bugie. Gli stadi ed i grandi palazzetti andrebbero privatizzati! Detenerne la proprietà significa mantenere tutti gli oneri in capo alla collettività senza (mai) godere dei benefici. Non si vuole cedere il patrimonio per ragioni storiche o culturali? Ben vengano le formule di project-financing con cui da 40 anni si ristrutturano e gestiscono piscine e centri sportivi pubblici. Ma torniamo al punto precedente: servirebbe avere un mercato, vero e capace di generare margini e ricchezza, non finte plusvalenze e debiti. Serve più Europa, più Superleghe, più investimenti privati veri (non casse depositi e prestiti). Quand’è che un Mario Draghi trova il tempo per un piano di rilancio dello sport europeo?

Il Ministro e il Governo non dovrebbero pensare allo sport degli spettatori/consumatori bensì alle attività motorie e sportive dei suoi cittadini: quello è il bene pubblico che va promosso e sostenuto. Perché parte di un sistema di welfare. Per quale ragione altrimenti abbiamo messo lo Sport in Costituzione?

Le infrastrutture strategiche nazionali per lo sport dovrebbero essere altre: le palestre scolastiche, l’impiantistica di base. E invece anche il giornalista non si sposta di un millimetro e torniamo a parlare della necessità di agevolazioni fiscali per la Lega Calcio e la Serie A. E io che vorrei il salary cap!? Sconfortante.

2, 3, 4 mandati: chi offre di più?

E’ seriamente difficile e imbarazzante ritrovarsi ancora a discutere di (deroghe) ai limiti di mandato… La vocazione monarchica e dinastica del sistema sportivo, davvero medievale, appare insuperabile non più nelle norme (che dei limiti li hanno effettivamente introdotti) ma nella testa dei dirigenti apicali di CONI e Federazioni. Gli eterni, gli immortali.

Confesso che su questo Abodi (Giorgetti) ha incassato ma sta tenendo. Non so come finirà a giugno ma la sfida non mi pare di alto profilo: da una parte il fronte autonomia dello sport che con il suo conclave confermerebbe e congelerebbe le posizioni nei secoli dei secoli, dall’altra un Governo centralista e tutt’altro che liberale che tenterà l’occupazione.

Forse dovremmo consolarci coi Giochi della Gioventù?

2 risposte a “L’Anno che verrà (2)”

  1. Avatar L’Anno che verrà (1) – Qualche anno f(r)a
    L’Anno che verrà (1) – Qualche anno f(r)a

    […] prossimo articolo approfondiamo quello che (non) dice il Ministro Abodi sulla […]

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    Attrezzature Universali – Qualche anno f(r)a

    […] Abodi chiama “infrastrutture strategiche nazionali” per lo sport alcuni stadi di calcio delle aree metropolitane ma per noi le principali infrastrutture strategiche nazionali di cui dovrebbe prioritariamente occuparsi il Ministro dello sport sono quelle delle scuole, sono i cortili e i parchi accessibili. […]

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