Dal 24 febbraio 2022, il mondo (anche quello dello sport) ha suo malgrado dovuto fare i conti con il volto più duro della realtà: quella della guerra e delle sue conseguenze sulle vite delle persone.
A seguito della decisione di Putin di invadere, in quel modo, l’Ucraina nessuno ha potuto restare indifferente. Certamente un conflitto che non è nato dal nulla: la storia fra Ucraina e Russia, è segnata da decenni di dolore, repressione e resistenza, di cui potremmo (e dovremmo) parlare (e studiare) per settimane.
Ma quando le istituzioni sportive hanno deciso, sulla base delle incontestabili ed esplicite violazioni del diritto internazionale, di escludere la Russia da ogni competizione internazionale, hanno compiuto una scelta durissima e non scontata, scegliendo di non fare finta di nulla e di prendere posizione. Il messaggio sembrava chiaro: i valori di pace e di rispetto del diritto internazionale valgono più di qualsiasi altra considerazione.
Il messaggio opposto, mascherato da ambiziosi proclami tipo “lo sport deve restare neutrale” o “lo sport deve stare fuori dalla politica” o ancora “deve stare sopra i conflitti o le controversie“, prevederebbe una paradossale tolleranza per gli intolleranti che travolgerebbe la natura aperta dello sport libero.
Oggi, leggendo del dibattito aperto -anche in parlamento- sulla partita di qualificazione ai mondiali che si giocherà a Udine fra poche settimane, non riesco a non interrogarmi su quella scelta e farmi delle domande.
Ho letto di petizioni per non far giocare la partita fra Italia e Israele, istintivamente mi riconosco nell’interpellanza dell’On. Berruto e capisco la risposta del Ministro Abodi che pure mi lascia molto perplesso.
Non ho intenzione discutere qua di due conflitti enormi, tragici, diversi e complessi, ne consegnare sbrigativamente le mie personali convinzioni (che pure ho) su come si sia arrivati a questo punto e su cosa fare per tentare di uscirne. Intenderei piuttosto concentrarmi sul cosa si possa dire e fare, di senso, qua ed ora, provando a mettere quanto più possibile da parte le opinioni per concentrarci sui fatti.
Come nel sopracitato caso della Russia, anche nel caso di Israele le violazioni del diritto internazionale sono state più volte denunciate e persino riconosciute da risoluzioni delle Nazioni Unite, emanate dalla Corte Penale Internazionale (e senza contare quelle denunciate da organizzazioni per i diritti umani di ogni parte del mondo o l’uscita di ieri del Ministro Crosetto).
La domanda cui vorrei cercare risposta è perchè in questo caso lo sport scelga di tacere. Nessuna sanzione, nessuna esclusione. Mi piacerebbe capire, e poter spiegare, perché due casi di violazioni documentate del diritto internazionale vengono trattati in modo diverso: quali sono i criteri veri per decidere chi, come e perchè?
Oggi registro due pesi e due misure, applicati davanti a due popoli – ucraino e palestinese – che, pur nella totale lontananza e diversità delle proprie storie, oggi si trovano in una condizione non dissimile, ossia: entrambi vivono sotto un’aggressione, vedono i propri diritti calpestati, subiscono ingiustizie sistematiche senza poterle contrastare.
Penso che lo sport possa essere uno di quei luoghi dove queste disparità si svelano con le nostre ipocrisie, dove si riconoscono e si denunciano, anche quando è scomodo. Penso possa essere quel luogo dove si dimostra che la coerenza non è solo possibile, ma è praticabile: dove i cosiddetti valori universali trovano forme di attuazione, quand’anche provvisorie, in evoluzione e perfettibili.
A priori non so davvero se la scelta di escludere una nazione dalle competizioni sportive avvicini il raggiungimento dell’obiettivo dichiarato piu di quanto non lo allontani, ne se si possa definire giusta in senso assoluto.
Sono però convinto che esista un concetto di giustizia che nello sport può trovare una sua riconoscibilità trasversale (intergenerazionale, interetnica, interculturale, intersessuale) quindi in qualche modo universale ad una condizione (che è a fondamento di qualsiasi stato di diritto), ossia che le regole siano uguali per tuttə.



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