Alla scadenza dei termini per l’iscrizione della SPAL alla Serie C, l’avvocato newyorkese proprietario della società ha ritenuto di non procedere, indirizzando la Polisportiva Ars et Labor su un crinale sospetto e pericoloso, collocabile nello spettro che va dal ridimensionamento autoimposto all’azzeramento o persino del vero e proprio fallimento.
Il Sindaco ha parlato di una delle pagine più tristi della storia sportiva cittadina. Come dargli torto.
Penso possa essere utile usare questo momento, di innegabile impatto emotivo, per tentare di leggere la situazione più complessiva e tentare di fotografare cause e concause, che ci hanno riportato a questo punto.
Premessa
Come in tutte le città, anche i ferraresi hanno una relazione tutta loro con la propria squadra. Su quello tra Ferrara e la SPAL si potrebbero scrivere (e si sono scritti) libri: è innegabile -e molto evidente a chiunque si avvicini- che un pezzo non trascurabile della nostra identità cittadina si componga e si sovrapponga a quello della Polisportiva. Successi e fallimenti della SPAL, peculiarità e vincoli della Città, si alimentano e si riflettono come fossero l’una lo specchio dell’altra.
E’ in questa chiave che ritengo possibile parlare delle odierne vicende della SPAL parlando di Ferrara e viceversa. Quello che succede oggi non è un accidente, non succede per caso, non è e non può definirsi un “fulmine a ciel sereno“. Non solo per gli addetti ai lavori è molto più credibile la tesi diametralmente opposta.

Come ha ricordato il -sempre ottimo- Mauro Malaguti sul Carlino, si tratta del terzo fallimento in 21 anni. I fatti degli ultimi 30 anni sembrano suggerire che per una Città e ad un territorio come Ferrara la norma sia quella delle ultime tre stagioni, non quella del 16/17 e men che meno quella dal 2017 al 2020 che ha rappresentato un’eccezione e (forse solo) una fortunata parentesi.
Tradotto, nessun disastro o dramma: questo è il nostro livello di partenza. Avere una grande storia non è condizione ne sufficiente e forse neppure necessaria a (ri)sollevarsi. Serve anche (e soprattutto) tutto il resto.
Al contesto della nostra provincia va aggiunto un dato di sistema: il calcio italiano sta manifestando a tutti i livelli le enormi contraddizioni del suo modello. Vale per tutto lo sport italiano ma proprio nel calcio ogni cittadino può constatarne gli effetti: Lucchese e Brescia per stare alla ultime settimane, ma ogni anno, ad ogni latitudine dello stivale, la crisi del modello presenta il conto.
Per chiudere la premessa: lo sport italiano ha problemi strutturali di sostenibilità gestionale, il calcio italiano (se possibile) ne ha di più (grandi ed evidenti), i territori fragili (come il nostro) ne ha ancora di più.
Desertificazione
Tutti gli indicatori collocano il territorio ferrarese tra i più fragili della regione. Purtroppo un dato storico che viene da lontano, che non si sta invertendo e sta anzi peggiorando rispetto ai capoluoghi sulla via Emilia o anche solo con la vicina Ravenna.
Quella di Ferrara non è un provincia attrattiva per le aziende, soffre più delle altre l’inverno demografico, accoglie il segmento più povero dei migranti comunitari o extracomunitari.
Credo sia questo il livello e l’oggetto della discussione in cui la vicenda SPAL (alla stregua di Berco di Copparo, VM di Cento, o Petrolchimico di Ferrara) va ad inserirsi, e di conseguenza -al netto della pessima ed esecrabile opinione che possiamo avere della proprietà- che LA Domanda (rigorosamente con la D maiuscola) da porsi sia: per quale ragione un’impresa (e/o un qualsia attore economico razionale) dovrebbe investire a Ferrara?
E’ attorno a questo interrogativo e -ovviamente- alle (non molte) possibili risposte che dovrebbero costruirsi le proposte politiche e le azioni di governo (non solo pubblico) conseguenti.
Ancora più chiaramente: se non sei nato qui, non hai casa, famiglia o lavoro in questa provincia, perchè dovresti preferire un investimento qui piuttosto che a Padova, a Modena (per stare nel raggio di 100km) o perchè non a Cork o a Lubiana (per stare nel continente)? Perchè gli investitori americani intercettati da Follano (ma è analogo per Lyondell o Yara) dovrebbero mettere un dollaro su questa Città e non altrove?
La principale risposta (anche banalmente del perchè sono arrivati qui) è l’infrastruttura storica. Qua esisteva ed esiste (sebbene molto deteriorato) un patrimonio materiale ed immateriale consolidato negli anni. Quali azioni possiamo fare e cosa stiamo facendo per trattenere imprese e investitori e cosa per attrarne di nuovi?
Naturalmente potremmo (e dovremmo) fare la medesima domanda a Meloni (o Schlein) rispetto all’assenza di strategia industriale del Paese. Spesso ce ne dimentichiamo ma anche quelle sportive sono a tutti gli effetti imprese di un segmento industriale quanto mai avanzato che usa (e necessita) di tecnologie, competenze, servizi sempre più qualificati.
Fulmini a ciel sereno
Se domani vi dicessero che il Petrolchimico (o la Berco) chiude, voi parlereste di “fulmine a ciel sereno“? Se oggi leggeste che il gestore di una piscina porta i libri in tribunale, vi stupireste? Quando vediamo negozi chiudere e saracinesche abbassarsi, ci stupiamo? Oltre a dire che “il mondo è brutto e cattivo”, “una volta si stava meglio”, o che “è colpa del liberismo”, quali altre azioni intraprendiamo? Come ci organizziamo? Non dico per adattarci ai cambiamenti, ma per promuoverne di sostenibili e di differenti? Di credibili?
Sindaco (e Sindaci) e opposizioni dei nostri territori dovrebbero parlare di questo. Di come superare il vittimismo ed i quaderni delle lamentele trovando il coraggio di indicare strade e prendere posizioni quand’anche oggi impopolari (leggi: non hanno il coraggio di esplicitarle proprio perchè sanno benissimo che sono impopolari).
Attualità irrazionali
Nel gioco del consenso locale è del tutto ovvio e razionale promettere di (ri)portare la SPAL in serie A, ma anche il basket e la pallavolo (così come di far rinascere la chimica, la meccanica, l’Università…), secondo lo schema nostalgioco, illusorio e bugiardo del “make [qualcosa] great again“! La risposta sovranista e autarchica che rivolgerebbe tutte le aspettative sugli investitori locali o i patriottici capitani coraggiosi è a mio avviso persino più ingenua e perdente di quella di scommettere sul salvatore esterno o sulla grande azienda multinazionale.
La via razionale (credo l’unica praticabile) è piuttosto quella di valorizzare le miglior competenze (e vocazioni) locali aprendole alla contaminazione (competitiva o cooperativa) del resto del mondo.
Stando allo sport, impopolare ma economicamente più sostenibile, sarebbe un approccio del tipo: anziché tentare di avere uno squadrone in ogni sport per ogni campanile in competizione serrata fra confinanti, facciamo sistema. Decidiamo che per una regione come l’Emilia Romagna è importante avere 3 società di livello assoluto nei 3 principali mercati sportivi di riferimento (calcio, basket e volley) e proviamo a concentrare li tutte le eccellenze e gli investimenti: individuando dei capoluoghi sportivi e specializzando ogni territorio compatibilmente con la propria vocazione (ed il proprio patrimonio), con l’obiettivo da un lato di non escluderne nessuno e al contrario di assegnare un’opportunità esclusiva a ciascuno. Un processo che certamente comporterà la perdita di alcune ricchezze e patrimoni nel brevissimo periodo per guadagnarne altrettanto su un altro piano, spostando però la competizione su un livello di qualità superiore e credibilmente più promettente e produttivo nel medio periodo.
So che per un tifoso emiliano romagnolo l’idea di dirottare risorse e sforzi per avere un Bologna solido sempre in serie A e nelle coppe europee a discapito di Spal, Cesena, Modena e Piacenza sarebbe un colpo al cuore, ma l’alternativa di una concorrenza territoriale pubblico/privata è quella di avere fra 10 anni comunque perso le società di provincia dilapidando gli sforzi e gli investimenti (anche emotivi) di migliaia di persone, con relative cattedrali abbandonate e competenze disperse.
Credo sia bene iniziare a parlarne esplicitamente, perchè non è quello che forse succederà ma bensì quello che sta già succedendo. Da almeno 20 anni.




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