Lo scorso weekend, nella ridente cittadina di Tivoli, UISP ha celebrato l’ultimo episodio del lungo percorso congressuale iniziato quasi 6 mesi fa.
Per darvi qualche numero si parla di oltre 150 assemblee, circa 120 congressi territoriali, 19 regionali, più di 5500 dirigenti sportivi coinvolti nei lavori che hanno rinnovato tutti i consigli direttivi della nostra rete associativa nazionale.
Di seguito appunto alcune -solo alcune- delle cose che non sono riuscito a dire nel veloce intervento che ho fatto (e che i miei numerosi e affezionati fans possono recuperare qua sotto).
La freccia
Qualche mese fa l’amico Fabio mi ha consegnato un’immagine semplice eppure immediata e quanto mai efficace: “La freccia in macchina non serve a chi guida, lui sa dove sta andando e cosa farà. La freccia serve a tutti gli altri: consente loro di organizzarsi e di avvantaggiarsi risparmiando tempo ed evitando rischi“.
Nelle grandi associazioni, come UISP, anche il semplice lavoro di coordinamento ed organizzazione logistica è decisamente faticoso e a tratti estenuante. Il coordinamento strategico/politico è persino peggio (nel migliore dei casi siamo un bel mosaico).
Se immaginiamo il nostro mondo come una lunghissima strada piena di bivi ed incroci, il grande autobus della UISP farebbe bene a segnalare dove sta andando e come intenda muoversi a tutti gli altri attori, e viceversa ad osservare i movimenti degli altri regolandosi di conseguenza. A ben vedere UISP non è esattamente un autobus unico con un solo pilota quanto piuttosto ad una variegata carovana fatta di mezzi e piloti anche molto diversi per storie, culture, capacità; in questo contesto “mettere la freccia” è indispensabile per seguire i compagni di viaggio.
In sintesi: spostarsi nel caotico labirinto del terzo settore sportivo italiano esige familiarità con tutti gli strumenti “vecchi” (bussole e mappe) ma anche formazione sull’utilizzo degli strumenti “nuovi“. Occorre condividere le posizioni, coordinarsi e soprattutto chiarire e dichiarare -con l’obiettivo ovvio di rispettarli- percorso, tappe, meta.
Ci sono cose più incomprensibili (e intollerabili) di mettere la freccia senza svoltare o -peggio- muovendo in direzione opposta? Eppure ho l’impressione che -quand’anche inconsapevoli- succeda metaforicamente (spesso) anche a noi.
Il finestrino del treno
Ho vissuto abbastanza a lungo per ricordare i treni e bus di una volta, quelli in cui il passeggero poteva alzare e abbassare i finestrini. Da diversi anni, nei nuovi modelli è una facoltà limitatissima, e più spesso sbloccabile solo con una chiave dal controllore.
Da pendolare mi capita quotidianamente di osservare come questa piccola libertà consentirebbe di gestire la soluzione del disagio (ad esempio il caldo, o i cattivi odori) di diverse persone, senza gravare sul personale. Non discuto la scelta (probabilmente legata a ragioni di sicurezza, di risparmio energetico, forse anche di scarso civismo dei passeggeri) ma mi pare un’immagine utile a ragionare in senso più esteso di libertà e responsabilità all’interno delle organizzazioni e della vita delle nostre comunità.
Ho l’impressione di vivere in un mondo in cui lo spazio di autorganizzazione e di autonomia (intese come le decisioni decentrate o più in generale le personalizzazioni) si stiano strutturalmente restringendo, a beneficio di strumenti più potenti e probabilmente anche più sicuri. Se il dilemma che contrappone il desiderio di libertà contro quello di sicurezza ci assilla ogni giorno imponendoci di oscillare scegliendo di volta in volta, la tentazione proposta dai sistemi chiusi è di togliendoci ogni ansia e imbarazzo decidendo per noi.
“Tra bufalo e locomotiva, la differenza salta agli occhi“, ed anche grazie alle organizzazioni plurali e democratiche come UISP mi sono educato preferire la facoltà di “scartare di lato” assumendo consapevolezza e responsabilità del rischio di “cadere“.
Sono intimamente convinto che anche dall’esistenza e dall’evoluzione di reti associative come UISP si giochi un pezzo della sfida per riconquistare spazi libertà e di autonomia. Una sfida democratica e globale al diritto ad autodeterminarsi, a non uniformarsi, a mantenere potere sul proprio potere. Costruire comunità plurali e aperte, capaci di disegnare confini equilibrati fra interessi individuali e collettivi, fra pubblico e privato, è anche la nostra partita: una sfida quotidiana e capillare anche la nostra unione italiana sport per tutti.
PS: Nei prossimi giorni proverò a trascrivere gli appunti dell’intervento che non ho fatto sul bilancio del mandato trascorso e soprattutto su alcune delle idee concrete per i prossimi mesi.