Sul declino della didattica sportiva

L’altra sera sul canale del professor Michele Boldrin ho seguito un’interessante conversazione con due ospiti sportivi, due tecnici di grande esperienza non solo di didattica sportiva ma anche del funzionamento degli organismi sportivi italiani e delle loro (enormi) contraddizioni. Confesso che non conoscevo ne Marinucci ne il professor Mondoni, ma pur avvertendo una certa distanza per diversa formazione ed estrazione, non posso che condividere sostanzialmente ogni loro lettura del nostro contesto sportivo, soprattutto nel registrarne (o facilmente profetizzarne) un trend di forte declino.

Esattamente il contrario delle tesi della propaganda patriottarda che seleziona e promuove solo i numeri col segno +.

La conversazione è certamente interessante per gli addetti ai lavori ma credo possa esserlo anche per tutti gli altri, in particolare per giocatori amatoriali che frequentano o i genitori che si avvicinano alla galassia delle società e associazioni sportive. Pur ricercandone con insistenza non mi è ancora successo di trovare dialoghi cosi concreti e autentici sulle dinamiche (solo) italiane che (col)legano lo sport di vertice a quello di base. Se qualche amico lettore conosce canali, podcast o blog su questi temi è invitato a segnalarmeli. Quella di Boldrin la trovate qua, di seguito aggiungo alcune riflessioni.

L’organizzazione dello Sport

Il modello CONI si fonda sulle Federazioni: contenitori paralleli, indipendenti (godono di semi-totale autonomia finanziaria e organizzativa, diversamente dal CONI, ente di diritto pubblico, sono enti di diritto privato), tra loro non comunicati ed anzi sostanzialmente fra loro concorrenti. Corporativamente uniti nel rivendicare autonomia, agevolazioni e risorse pubbliche in virtù del “valore sociale dello sport“, gli stessi litigano su come spartirsi le stesse risorse e rivendicare un peso politico specifico della loro disciplina a discapito delle altre. Un gioco completamente distorto fondato sui “risultati” in termini esclusivamente di tessere e medaglie, mai sul “processo” o sulla “prestazione” che quel risultato lo ha prodotto.

E proprio sul processo occorrerebbe concentrarsi ed interrogarsi. Il ruolo distorsivo dell’intervento pubblico nello sport italiano attraverso i corpi militari in questo paese (accennata nel video) è la punta dell’iceberg di tipo nord-coreano del nostro sistema che non ha eguali nei paesi cosiddetti liberal-democratici.

La concentrazione spropositata di risorse pubbliche dirottata dalle FSN verso lo sport di vertice a discapito di quello di base è la fotografia di un non-sistema, di un organismo profondamento malato.

Per non tornare al punto nodale (ossia il sistema di governo arroccato sugli eterni ri-eletti che come autocrati non riconosco alcun sistema interno o esterno di controllo e bilanciamento democratico) provo a concentrarmi sull’ultima domanda che Boldrin fa ai suoi ospiti.

“Quali proposte politiche servirebbero all’Italia per uscire dal declino?”

Nel video gli ospiti si concentrano su:

  1. Necessità di investimenti nell’impiantistica scolastica (fra l’obsoleto e il fatiscente). Tema caro e spesso richiamato dal Ministro Abodi che però su questo terreno non sta ottenendo alcun risultato concreto ed anzi ammette candidamente che -ad esempio con il PNRR- abbiamo perso un’occasione.
  2. Ripensare radicalmente il ruolo che solo la scuola potrebbe/dovrebbe rivestire per garantire l’accesso alla pratica sportiva per tutti.

La rivoluzione (anche sportiva) della scuola di stampo gentiliano era e resta la madre di tutte le battaglie. Il ruolo consegnato all’educazione fisica dalla scuola ancora ostaggio dell’idealismo confessionale, elitario e nazionalista degli anni ’30 resta uno dei peccati originali del sistema.

Ma anche solo per ragionare di questi due aspetti strategici penso sia necessaria l’azione 0, la precondizione che oserei definire costituzionale: smontare il sistema costruito in quasi 100 anni attorno al CONI e ricostruirlo su basi radicalmente diverse, non di Federazioni come stati indipendenti, ma di articolazioni capillari e comunicanti, che muovano dalle esigenze dello sport “in tutte le sue forme” e non a partire da alcune cerchie di eletti sempre più ristrette, inamovibili e intoccabili. Anche nello sport, come ripete il buon Vincenzo Manco, bisogna chiudere il ‘900 e voltare pagina.

Appena trovo il tempo descriverò nel dettaglio qualche caso di studio emblematico per chiarire quanto il sistema delle federazioni (ma anche della insana concorrenza degli Enti di Promozione) sia strutturalmente inefficace, controproducente e sbagliato per tutti gli attori in campo, dallo sportivo, al tecnico-educatore, al dirigente sportivo di ogni livello. Per ora mi limito a sottolineare la distanza fra l’ingaggio olimpico e quello educativo o sociale: il dirigente sportivo che indirizzo deve dare alla sua organizzazione? Quello di ricercare i talenti eccezionali, per definizione pochi, o quello di educare e far muovere tutti?
Il ruolo delle istituzioni pubbliche (anche attraverso il terzo settore) deve essere quello di dragare il fiume e smuovere per quanto possibile tutti i sedentari o setacciarlo palmo a palmo per cercare granelli d’oro o terre rare?

E’ del tutto evidente che a determinate condizioni una cosa non escluda l’altra e viceversa possano essere operazioni complementari, ma nel contesto sportivo italiano così non è. La commistione confusa fra vertice e base, fra contributi pubblici e sponsorizzazioni, fra istituzioni e aziende (per me ricercate, perseguita e oggi difesa dai potenti dello sport romanocentrico) è il nodo da sciogliere.

Nel primo governo gialloverde, Simone Valente (M5S) e Giancarlo Giorgetti (Lega Nord) ci hanno in qualche modo provato: abbiamo visto che fine hanno fatto le proposte di riforma (spoiler: tutte abortite tranne quelle che interessavano direttamente all’Agenzia delle Entrate e alle casse dell’INPS).

Un “piano Draghi” per lo Sport

Anche per il sistema sportivo il tema delle riforme (anche e soprattutto in termini di concorrenza sana, quindi di produttività e innovazione) non è rimandabile: né il piano Colao, né quello Cottarelli, neppure il rapporto di Letta o di Mario Draghi per la commissione europea ha mai neppure richiamato il mondo sportivo. Lo trovo un grave errore per due ragioni: la prima è che il capitolo sport è (perché lo è) un pezzo di un sistema di welfare strategico che le istituzioni devono presidiare e contemporaneamente è (perché lo é) un settore economico-commerciale a grande rilevanza industriale. La seconda è che lo sport è anche un vettore politico di straordinaria rilevanza in termini di produzione di cultura e di consenso che oggi qualcuno presidia, occupa e usa.

Anche l’Italia sportiva potrebbe/dovrebbe usare l’Europa per superare le frammentazioni ed inefficienze tipiche del belpaese, dalle sue tradizioni familiste e campaniliste del “piccolo è bello” e del più banale “abbiamo sempre fatto così” trovando in una dimensione demografica ed economica continentale un nuovo equilibrio-competitivo capace di attrarre e sostenere investimenti, formazione avanzata, innovazioni tecniche e tecnologiche, infrastrutture materiali e immateriali.

Qui ed ora

Le condizioni di contesto non sono le migliori, ma possiamo fare tanto anche qui ed ora. Il 15 di febbraio al Congresso di Bologna, proveremo da mettere giù qualche idea.

Come al solito, qui o in privato, mi interessano pareri, opinioni e commenti… meglio se discordanti.

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