Sport in Transizione

Lo sport italiano non è immune alle enormi contraddizioni di questo tempo e del nostro malandato paese, ne è anzi una delle sue rappresentazioni più autentiche: le opacità nelle forme di auto-governo e le strutturali ipocrisie corporativo-familistiche di stampo medioevale, fotografano un paese abituato ad eludere ogni forma di effettiva concorrenza e di democrazia sostanziale.

Per tutto lo sportismo-italico, impermeabile ad ogni cambiamento, è suonata la campana: tanto per i vertici sempiterni senza vincoli di mandato teoricamente autonomo dalla politica, quanto per la base che ha da sempre rivestito -con rare eccezioni- un ruolo ancillare verso i poteri forti.

Le riforme -da sempre osteggiate- iniziano ad arrivare. Non sarà una marcia breve né lineare, ma anche alla luce del mondo nuovo in cui siamo inconsapevolmente precipitati, appare tanto inevitabile quanto urgente.

Accelerare la Transizione

Nonostante le narrazioni mendaci costruite intorno alle grandi imprese individuali o collettive nelle competizioni internazionali, i segnali del declino risultano da molti anni più che evidenti.

Da alcuni anni UISP (nelle persone dei suoi presidenti, prima Vincenzo Manco, poi Tiziano Pesce) ha iniziato a parlare di Transizione Sportiva™, provando a dare un titolo alla forte esigenza di cambiamento che arriva da ogni angolo delle nostre comunità.

Lo Sport non è una cosa sola, sarebbe corretto declinarlo al plurale e aggiornarne il vocabolario. Quello (più) mediatico rappresenta soltanto la punta di un iceberg infinitamente più grande, variegato e complesso, che quand’anche noto non è mai effettivamente riconosciuto. E’ da questa frattura che discendono grande parte degli equivoci e delle distorsioni dell’ecosistema economico, valoriale, politico, educativo dell’universo sport. E’ attorno a questa illusione che in Italia abbiamo costruito e mantenuto un ordinamento che confonde scientificamente il ruolo delle istituzioni pubbliche, quello del mercato e quello del terzo settore, per nasconderne le inefficienze e fuggire dalle responsabilità.

“C’è una meta, ma non una via; ciò che chiamiamo via è un indugiare.”

F.K.

Se la diagnosi è corretta (ma quand’anche non lo fosse) abbiamo il dovere di (ri)animare ogni spazio di riflessione e discussione non estemporanea sul futuro. Per aggiornare i modelli esistenti e rinnovare i nostri storici punti di riferimento, per raccogliere i bisogni/desideri delle nostre comunità e non assecondarne -teologicamente- le storiche abitudini.

Alcuni nostalgici argomenteranno fosse meglio prima o sia già tutto perduto: un atteggiamento comprensibile indicativo del paese più anziano nel continente demograficamente più vecchio del mondo.

Al contrario siamo semplicemente all’inizio di nuova epoca: l’inizio di una nuova partita, di uno Sport altro ancora da inventare.